Qui narra di come Narcis s’innamorò de l’ombra sua
Narcis fue molto bellissimo.
Un giorno avenne ch'e' si riposava sopra una bella fontana. Guardò nell'acqua: vide l'ombra sua ch'iera molto bellissima. Incominciò a riguardarla e rallegrarsi sopra la fonte, e l'ombra sua facea il simigliante; e così credette che quella fosse persona che avesse vita, che istesse nell'acqua, e non si acorgea che fosse l'ombra sua. Cominciò ad amare, e inamoronne sì forte, che la volle pigliare.
E l'acqua si turbò e l'ombra sparìo, ond'elli incominciò a piangere sopra la fonte.
E, l'acqua schiarando, vide l'ombra che piangea in sembiante sì com'egli.
Allora Narcis si lasciò cadere nella fonte, di guisa che vi morìo e annegò.
Il tempo era di primavera.
Donne si veniano a diportare alla fonte; videro il bello Narcis anegato. Con grandissimo pianto lo trassero della fonte, e così ritto l'appoggiaro alle sponde.
Onde dinanzi dallo dio d'Amore andò la novella.
Onde lo dio d'Amore ne fece un nobilissimo mandorlo, molto verde e molto bene stante: e fue il primaio albero, che prima fa fiorita e rinnovella amore.
Il Novellino
Con entusiasmo e sgomento sentiamo nascere in noi e intorno a noi qualcosa di inaudito: una Creatura Planetaria di cui ogni essere umano, integrato di protesi bioinformatiche sarà una cellula. Questo superorganismo già possiede una ribollente intelligenza collettiva, e distillerà una sua torbida coscienza: chi è, che cosa vuole, quali domande si porrà, quali storie si racconterà questo essere molteplice e proteiforme?
Un giorno nella Creatura si accenderà una scintilla di volizione ed essa salperà verso le Pleiadi: come un'affilata astronave fenderà il cosmo per secoli e secoli di buio siderale. Dentro, ciascuno in un uovo di cristallo molato, uomini e donne dormiranno un sonno profetico, custodendo nel gelido corpo il sangue e lo sperma di una razza futura. Andrà l'astronave verso altri pianeti, più oscuri, dai laghi profondi, abitati da anonime stirpi inspiegate, popolati di azzurre città.
Su quei pianeti lontanissimi le donne non faranno più i figli col corpo, tra spruzzi e bollicine. S'inventerà un sistema più dignitoso ed esatto, in sintonia con la precisione della scienza. Le nostre insistenti preghiere saranno esaudite e ci trasformeremo in macchine: forti, dure, inossidabili. Solo le donne di cera delle specole avranno le cavità gialle e rosse della riproduzione. Gli uteri finiranno nei musei, accanto alle lanterne magiche e ai dinosauri imbalsamati.
Divenuti macchine, saremo immortali. Creeremo un mondo preciso e puntuale, dove regnerà la demenza onnipotente degli automi. Onniscienti e insensati, ci dedicheremo a un'innocua e raffinata imitazione della vita.
Il simbionte - Divagazione sull'uomo-macchina
Un essere umano (più donna che uomo) che porta sulla fronte il simbolo - mi pare, o forse invento - di una piastrina di silicio o la piastrina stessa impiantata:: dunque un simbionte, forse, che con la parte umana, specie con gli occhi (invisibili o meglio inaccessibili) e con l'inclinazione del capo, esprime una grande cieca tristezza, confermata e accentuata dalla lacrima che sgorga e cola lungo la gota, lungo il bellissimo naso greco:: gli (anzi le) manca la bocca e questa sua impossiblità di gridare il proprio dolore me la rende ancora più cara:: sembra guardare in giù, ma gli inaccessibili occhi contemplano due panorami diversi, proibiti agli umani:: forse l'occhio destro, chiuso, vede un paesaggio di devastazione interiore, mentre il sinistro, appena abbozzato, contempla un paesaggio esterno di torri e cuspidi smaglianti attraverso il prisma caleidoscopico e multicolore di quella lacrima suprema.
e-mail del 27 dicembre 1998
Il SE' E L'ALTRO
Nel maggio del 1871, in una lettera indirizzata, secondo due diverse fonti, a Georges Izambard oppure a Paul Demeny (e quest'ambiguità, per me che ignoro tutto dei due destinatari, è futile e deliziosa), Arthur Rimbaud dichiara: Je est un autre. Di tutte le possibili interpretazioni di questo enunciato, mi piace quella per cui l'“io” si costituisce e si sviluppa tramite l'interazione con l'Altro.
Concetto antico, già formulato dagli Stoici, quello della natura sociale della mente umana: e non solo della mente, cioè delle facoltà cognitive, ma anche dell'etica e dell'estetica, dell'esperienza e insomma della vita. E' solo tramite la comunicazione, dunque lo scambio vicendevole con l'Altro, che sorge e si sviluppa l'intelligenza e, prim'ancora, il senso del sé.
Per analogia, è solo quando si comincia a praticare una lingua straniera che ci si rende conto della natura di lingua della propria, delle sue caratteristiche e particolarità e del suo genio. Da quando le intelligenze artificiali hanno fatto la loro comparsa nei laboratori dell'informatica abbiamo avuto un più ampia consapevolezza della nostra intelligenza. E gli insegnamenti che sulla natura enigmatica della vita biologica ci sta dando la vita sintetica potrebbero contenere la chiave per sondare e forse penetrare il mistero di cui facciamo parte e di cui via via acquistiamo consapevolezza. Dopo la costruzione delle realtà virtuali il concetto di realtà percepita è stato sottoposto a un'analisi minuziosa, che ne ha rivelato il carattere costruttivo.
La nostra lingua, la nostra intelligenza, la nostra vita e la stessa realtà non sono le uniche possibili: ma è proprio la perdita di questa unicità che ce ne fa apprezzare la ricchezza e i limiti, addirittura ci fa capire la loro natura di lingua, di intelligenza, di vita, di realtà.
A questa fase di riconoscimento, basato sul confronto rivelatore di somiglianze e differenze, di affinità e contrasti, segue la fase dell'ibridazione: la nostra lingua si contamina e si arricchisce, la nostra intelligenza diviene più duttile e potente, la nostra vita si meticcia con tessuti, forme e organi nuovi e inauditi.
E ancora: è solo quando nei laboratori immaginari della fantasia o nelle fucine tenebrose degli alchimisti, poi nelle concretissime botteghe dei costruttori di automi e oggi nelle asettiche officine dove si fabbricano i robot, è solo quando si tenta di dare vita all'uomo artificiale che si dispiegano ai nostri occhi le caratteristiche dell'umano che noi eravamo e non sapevamo di essere. E il Sé si amplifica, risuona con l'Altro e nell'Altro, in uno scambio vicendevole e benefico. E' paradossale che del nostro Sé cominciamo ad avere consapevolezza proprio nel momento in cui esso trasmuta, si amplifica e si potenzia mediante la simbiosi con l'Altro: appena lo conosciamo già è diverso.
Il SIMBIONTE
L'Altro, dunque, costituisce lo specchio che ci rimanda la nostra immagine, filtrata, deformata, distorta: ma illuminante e arricchita. Nel passato, credo, l'uomo aveva di sé un'immagine vaga, che preferiva far derivare da un altrove trascendente, su cui era vano o blasfemo interrogarsi troppo a fondo, piuttosto che da un'indagine puntuale sulle realtà di fatto. Col tempo, sotto l'assalto sempre più insistito delle alterità, si è fatta cogente la necessità di precisare questa immagine: quale volto immaginava di avere Narciso prima di specchiarsi nella fonte? Ma dopo il primo sguardo a quel calmo riflesso, gli si aperse il golfo della consapevolezza che si spalancò nell'abisso della disperazione. Il Sé e l'Altro devono restare distinti. Ma non possono restare distinti: anelano a fondersi. Da questa contraddizione irresolubile, che somiglia alle figure bistabili, scaturisce forse la creatività: nell'arte, nella poesia, nella scienza.
L'accresciuta consapevolezza riguarda in primo luogo la presenza dell'Altro intorno a noi e dentro di noi. Ogni essere umano è un simbionte, è il risultato di un meticciamento che ha origini primordiali e la cui estensione e varietà sono venute crescendo nei millenni: virus, batteri, cibi, medicine, animali domestici, droghe, farmaci... Ciascuno di noi è una colonia. Siamo entità plurime nel corpo e, nella psiche, abbiamo scoperto la molteplicità che ci costituisce. Sotto l'illusoria unitarietà significata dal pronome “io” si nasconde una falange di personalità diverse, che lottano tra loro per affacciarsi all'esterno ed esprimersi tramite la parola
HOMO TECHNOLOGICUS
Col tempo il meticciamento si è esteso a comprendere anche gli strumenti, i dispositivi e gli apparecchi prodotti dall'infaticabile inventiva della tecnica. Da sempre Homo Sapiens è anche (e forse soprattutto) Homo Technologicus, scopritore e inventore di attrezzi con cui modificare e investigare il mondo. Ma come l'uomo produce la tecnologia, così questa retroagisce sull'uomo, modificandolo. Se in passato questa perpetua trasformazione era lenta e quasi impercettibile, tanto da giustificare in molte filosofie e religioni una concezione fissista dell'essere umano, oggi l'accelerazione progressiva dell'innovazione tecnologica ha reso evidente il carattere dinamico ed evolutivo dell'essere umano.
E si tratta non più, o non solo, dell'evoluzione biologica, tanto studiata e tanto celebrata nell'anno di Darwin, ma di un'evoluzione culturale e in particolare tecnologica, in cui accanto ai meccanismi tradizionali di mutazione e selezione, riveduti e aggiornati, si presentano meccanismi lamarckiani. L'ereditarietà dei caratteri acquisiti, sconfitta nella biologia, si prende una rivincita inaspettata e decisiva: l'imitazione, l'apprendimento e l'insegnamento contribuiscono alla diffusione rapida delle novità culturali: ma proprio per la loro velocissima diffusione, queste novità, al contrario di quelle biologiche, sono anche fragili.
Insomma il meticciamento antico, di tipo biologico, è affiancato da un meticciamento tecnologico: intorno a noi si stende un paesaggio gremito di apparati, congegni, macchinari, dispositivi. E non solo intorno a noi: le interfacce cervello-computer rappresentano l'avanguardia di una vera e propria invasione del corpo da parte della tecnologia. In un futuro ormai a portata di mano sempre più questi dispositivi, magari ridotti a dimensioni nanometriche, si insinueranno in noi, interagendo in modi ancora inesplorati e forse inquietanti con gli organi, con i tessuti, con le molecole del nostro corpo. Scopriamo così che al pari di tanti altri miti di purezza - della razza, della lingua, della scienza - anche il mito della purezza della specie umana è illusorio. E' probabile che questa ibridazione profonda abbia conseguenze importanti sulla nostra psiche, sulla nostra (o dovrei dire sulle nostre) personalità, ponendoci formidabili problemi di identità.
Specchiandosi nella fonte, il Narciso che noi siamo non può più innamorarsi di sé, perché l'immagine riflessa è quella di un essere composito, multiforme, proteiforme, poliedrico, ben diverso dall'essere monolitico e immutabile che credeva di essere. Ne deriva che la ricerca della bellezza si può e si deve compiere in ambiti diversi da quelli tradizionali: non più solo “questa bella d'erbe famiglia e d'animali”, non più solo la bellezza del corpo umano in una sua stilizzata e affascinante purezza, ma anche l'irta, problematica e sfaccettata bellezza dell'artificiale, del simbionte, dell'ibrido. E questa bellezza potrebbe abbandonare la persistente imitazione del naturale, che si ravvisa per esempio nei robot antropomorfi, androidi e gineidi, pieni di seduzione ma troppo simili a noi, per esplorare territori nuovi.
LA BELLEZZA E IL CORPO
Ma si tratterebbe di vera bellezza? Poiché la bellezza sta nella relazione tra oggetto e osservatore, il problema ha a che fare con la nostra ancestrale immersione coevolutiva nel mondo della natura, che ha condizionato e continua a condizionare il nostro senso estetico e, in parallelo, la nostra etica. Insomma i tentativi di allargare il discorso estetico si scontrano con la nostra storia evolutiva profonda. Ci piacciono i tramonti, le foreste, gli occhi delle gazzelle, il muso della tigre e le forme dei corpi umani e animali perché li abbiamo ammirati e interiorizzati per milioni di anni attraverso gli occhi dei nostri antenati. Alla bellezza che percepiamo nel mondo “naturale” siamo giunti grazie a un lungo addestramento che l'evoluzione ha compiuto per noi. La bellezza dell'artificiale è meno radicata, tocca strati meno profondi, riecheggia più vicino alla mente che alle profondità del corpo: perché le macchine sono molto molto più recenti degli alberi e delle montagne e della luna.
Le facoltà estetiche, e qui come spesso accade l'etimologia aiuta la comprensione, sono legate ai sensi e al corpo, e il corpo rappresenta il tramite e insieme l'ostacolo nei confronti dell'auspicata estensione dell'estetica all'artificiale. E del corpo non ci si sbarazza facilmente: nonostante i volonterosi tentativi di ridurlo a puro codice, il corpo reclama i suoi diritti, che sono i nostri diritti: il cibo, l'accoppiamento, la preservazione, il benessere. E questa centralità del corpo, che si esprime nel fatto che tutte la fasi salienti della nostra parabola, dalla nascita alla morte, avvengono nel, per e con il corpo, questa centralità non deriva solo dal fatto che esso è l'oggetto biofisico che noi siamo, al di là di ogni anacronistica distinzione cartesiana tra mente e corpo; questa centralità deriva dalla natura semantica ed esperienziale del corpo. Il corpo è la teca delle nostre esperienze, che in esso si inscrivono indelebilmente nel tempo irreversibile della vita: e forse l'irreversibilità del tempo vitale coincida con l'accumulo unidirezionale delle esperienze. Inoltre, il corpo è la teca dei significati che diamo al mondo e alle sue componenti. Ogni evento ha per noi un significato che deriva dalle sue conseguenze sul corpo, sulla sua integrità, sul suo benessere, sulla sua pienezza. Grazie al corpo, siamo macchine semantiche, e la semantica è connessa all'estetica e all'etica.
E' vero peraltro che la natura dinamica del corpo, la sua indefinita capacità di meticciarsi con l'Altro, lo rendono aperto ad ogni possibilità. Incorporando l'artificiale, divenendo esso stesso ciborganico, il corpo potrebbe acquisire sensibilità nuove, una capacità di esperire nuovi fremiti esistenziali, di praticare nuove dimensioni semantiche, dunque potrebbe conseguire anche nuove sensibilità estetiche di carattere intimo, analoghe a quelle che ci legano alla natura. Naturalmente a questo punto il problema diventa quello del tempo: quanto ci vorrà perché queste nuove sensibilità calino nei nostri ventricoli più profondi? Forse non occorreranno altri milioni di anni, perché oggi tutto accade più in fretta che in passato. Il tempo subisce un'accelerazione continua, che tra l'altro ci provoca un forte senso di ansia. Parte di noi, la parte più sensibile, emotiva, ancestrale, non riesce a star dietro a questi sviluppi sempre più rapidi: l'etica e l'estetica si sfilacciano, e prima che le ferite si cicatrizzino, avviene un'altra lacerazione. Riusciremo a ricomporre lo strappo?
LA CREATURA PLANETARIA
Più facile è estendere oltre l'umano le attività di tipo cognitivo: grazie alle “macchine della mente” di cui ormai è affollato il nostro paesaggio, il simbionte cognitivo è creatura familiare, in cui molti si riconoscono e alla quale molti aspirano. Nella storia evolutiva di Homo Technologicus le facoltà mentali, ipotetico-deduttive e razional-computanti sono molto più recenti delle facoltà estetiche: la loro evoluzione così breve non ha consentito loro di annidarsi molto in profondità e su di esse possiamo non solo speculare ma anche agire più facilmente guidati dal finalismo consapevole. Non è un caso che chi si esercita a descrivere gli scenari relativi al post umano consideri quasi solo gli aspetti cognitivi: intelligenza, razionalità, memoria, capacità di elaborazione e così via, spesso trascurando gli aspetti emotivi, etici ed estetici.
Del resto già oggi Internet rappresenta uno stadio evolutivo ulteriore rispetto a Homo Sapiens, o meglio rispetto a Homo Technologicus, ma solo sotto il profilo cognitivo. Se è vero che Internet sa e sa fare (mi si perdoni questa metafora, che peraltro non è certo arrischiata) cose che nessun uomo o gruppo di uomini sa e sa fare, è anche vero che Internet non possiede né sentimenti, né emozioni né una coscienza. Internet preannuncia l'avvento di una Creatura Planetaria, intessuta di uomini e macchine, sede di eventi cognitivi e forse non solo, che manifesterà un'intelligenza connettiva sorretta dai fenomeni della comunicazione. Così come la lingua, fin dalla preistoria, ha contribuito a cementare l'umanità, rendendola per certi versi simile alle colonie di insetti sociali, api e formiche, allo stesso modo la comunicazione mediata dalle tecnologie digitali sta portando a uno sviluppo ulteriore dell'intelligenza collettiva, che potrebbe sostenere una vera e propria mente sociale connettiva, grazie a un evento repentino o catastrofico (nel senso di Thom) che alcuni hanno chiamato discontinuità.
Si tratta di uno scenario, certo, e molte sono le perplessità e le obiezioni che esso suscita. Se è vero che sotto il profilo informazionale e comunicativo la specie umana si sta trasformando in un organismo unico, come l'alveare o il formicaio, è anche vero che la Creatura Planetaria presenta una differenza radicale rispetto alle colonie di insetti sociali: mentre questi sono dotati di un'intelligenza individuale infima, gli umani hanno capacità cognitive molto sviluppate, e in più posseggono sentimenti, emozioni e coscienza riflessa. C'è da chiedersi se siano disposti a rinunciare, in tutto o in parte, a questi attributi per sottomettersi alla Creatura Planetaria diventando cellule di questo organismo supersocietario. La delega cognitiva a favore della Creatura Planetaria potrebbe essere ostacolata da molte resistenze e rivendicazioni: gli individui potrebbero manifestare una notevole riluttanza a portare all'ammasso collettivo la loro sensibilità, la loro capacità espressiva, il loro libero arbitrio e la loro esperienza unica e insostituibile.
Inoltre certe caratteristiche ancestrali dell'umanità, come la violenza, lo spirito di competizione e l'aggressività, si opporranno in maniera decisa all'uniformazione del comportamento e del pensiero che sembra necessaria alla costituzione e al rafforzamento della Creatura Planetaria. Non si può peraltro escludere che lo spiccato individualismo di cui ha dato prova finora il genere umano si attenui in base ai meccanismi evolutivi bioculturali, consentendo uno slittamento verso condotte di tipo collettivo, più altruistiche e meno egoistiche.
Se la Creatura Planetaria si formasse, in questo nuovo stadio d'integrazione uomo-tecnologia l'intelligenza e le competenze avrebbero un carattere ancora più sistemico e distribuito di oggi, gli scambi informazionali mediati dalla tecnologia diventerebbero cospicui, anzi preponderanti, rispetto agli scambi diretti tra le persone. Il sistema integrato avrebbe molte caratteristiche di un vero e proprio organismo e, come tutti gli organismi, tenderebbe fortemente a mantenersi e ad accrescersi a spese di un “altrove” la cui entropia (degrado) non potrebbe che aumentare a dismisura.
L'EVOLUZIONE DELLA CREATURA PLANETARIA
C'è tuttavia, sulla strada di questa possibile evoluzione verso la Creatura Planetaria, un elemento di imprevedibilità, che deriva in parte dalla limitatezza di certe risorse (spazio, energia, ma anche qualità dell'aria e dell'acqua) e in parte dalla stessa enorme complessità del cervello umano e delle macchine informatiche. Questa complessità, insieme con la limitatezza delle risorse, introduce un certo grado di instabilità, che potrebbe modificare in maniera anche radicale il quadro che ho tracciato. L'instabilità potrebbe assumere proporzioni planetarie: il residuo di ingovernabilità che hanno quasi tutti i processi con cui abbiamo a che fare (il traffico, l'inquinamento, la criminalità, la droga, la sanità, la distribuzione della ricchezza...) potrebbe dilagare, interferendo con le linee dell'evoluzione e bloccandole.
La nuova creatura sarebbe dunque minacciata, come e più di tutte le altre, per la sua fragilità e per le sue dimensioni, dalla presenza inesorabile dei prodotti del suo metabolismo, dal degrado che essa introdurrebbe nel proprio ambiente concettuale e fisico (perché si tratterebbe di un sistema materiale, oltre che informazionale). Ingombrando sempre più l'altrove, l'indispensabile ricettacolo dei rifiuti, essa s'intossicherebbe di sé stessa, perché il ricettacolo, amoliandosi sempre più, tanderebbe a invadere tutto l'ambiente. Se ci sono limiti allo sviluppo della Creatura Planetaria, essi sono da ricercarsi dunque negli effetti di saturazione e di retroazione.
Ci sarebbero anche limitazioni informazionali: infatti il surriscaldamento informatico, causa ed effetto di una trasparenza comunicativa totale, può portare a una proliferazione di dati capace di paralizzare il sistema per semplice effetto di accumulo o per riverberazioni patogenetiche (si pensi alla moltiplicazione delle epidemie da virus informatici). Può darsi che, paradossalmente, il mondo privo di ombre della comunicazione totale non sia adatto alla comunicazione: non è casuale che la maggior parte dei processi informazionali di una società restino sconosciuti alla maggior parte dei suoi membri o, nel caso di un organismo, restino a livello di inconsapevolezza.
LA SOLITUDINE NARCISISTICA DELLA CREATURA PLANETARIA
Se, nonostante tutti gli ostacoli, la Creatura Planetaria dovesse formarsi e fagocitare la volontà, la cognizione e le capacità decisionali dei singoli e assorbire non solo le intelligenze individuali, ma anche le intelligenze collettive parziali, si configurerebbe uno stadio evolutivo dell'umanità caratterizzato da una discontinuità forte rispetto al presente: essendo unica, la Creatura Planetaria non avrebbe né compagni né concorrenti con cui dialogare e confrontarsi. Le verrebbe quindi a mancare uno dei motori più potenti del cambiamento e dell'evoluzione. Essa, in linea di principio, potrebbe guidare la propria evoluzione ulteriore in base a criteri razionali ed esercitando un controllo perfetto sul proprio destino. Ma che cosa spingerebbe la Creatura Planetaria a evolversi? Quali sarebbero insomma i suoi bisogni, le sue carenze e le sue nostalgie? Perché dovrebbe modificare il suo stato di beatitudine, dato che nessun concorrente la minaccerebbe, e nessun termine di confronto la porrebbe di fronte ai suoi difetti? C'è da chiedersi insomma se avrebbe senso parlare della Creatura Planetaria come di un ente capace, e desideroso, di progettare il proprio destino o la propria storia: forse essa permarrebbe indefinitamente in uno stato stazionario e imperturbato, molto simile all'estasi di Narciso. I profeti della discontinuità sostengono che l'aspirazione dell'uomo e, dopo di lui, della Creatura Planetaria, è sapere sempre più cose, come se il sapere fosse desiderabile in sé. Non tutti sarebbero d'accordo su questa tesi, anche perché il sapere non intrecciato di elementi etici, emotivi, estetici, solidaristici e così via è arido e infecondo. E poi, raggiunto il punto finale, costituito dal sapere totale, ammesso che esista qualcosa del genere, che cosa farebbe la Creatura? Insomma, prima o poi essa potrebbe giungere a uno stato atarattico, in cui oggetto e soggetto di conoscenza coinciderebbero in una sorta di pan-cognizione. Questo stato non potrebbe che essere un'estasi narcisistica autocontemplativa. La Creatura si specchierebbe in sé in un infinito compiacimento.
Se così fosse, paradossalmente, il declino del narcisismo antropocentrico, per cui gli umani accetterebbero finalmente la presenza dell'Altro e riconoscerebbero la sua importanza nella formazione dell'immagine che hanno di sé stessi; il crepuscolo del mito della purezza e della fissità dell'uomo; il tramonto dell'autoreferenzialità centralistica di Homo Sapiens che si riconoscerebbe finalmente nell'ibrido Homo Technologicus; ebbene questo passaggio epocale potrebbe annunciare l'avvento di un nuovo Narciso. Chiusa nella propria autoreferenzialità contemplativa, priva di ogni alterità esterna con cui comunicare non che meticciarsi, incapace di imboccare un percorso evolutivo qualsiasi, la Creatura Planetaria potrebbe essere condannata a una demente solitudine. Sarebbe incapace di sviluppare emozioni, autocoscienza e livelli superiori di etica ed estetica.
Ma forse questa visione atarattica e paralizzante è illusoria: grazie alle proprie componenti simbiotiche, dotate di coscienza, emozioni e spinta propulsiva, la Creatura Planetaria potrebbe subire, o addirittura progettare, una certa evoluzione, intrecciando una sorta di aurorale finalismo cosciente con le derive della dinamica interna e con i vincoli imposti dalle condizioni esterne. Infatti, a ben vedere, la Creatura Planetaria non vivrebbe nel vuoto o nello spazio della virtualità informazionale. Tramite le sue cellule ciborganiche (i simbionti uomo-macchina), essa pescherebbe nella realtà fisica e ne dipenderebbe per la sua sopravvivenza. Dovrebbe quindi affrontare le derive ambientali, i cambiamenti climatici, la scarsità energetica, il degrado delle apparecchiature, il dinamismo residuo dei suoi componenti (cioè degli esseri umani) e il loro ricambio. Sul versante più astratto, dovrebbe combattere le degenerazioni entropiche del flusso comunicativo interno, i paradossi logici, i virus informatici che si formerebbero spontaneamente o per deliberata volontà di dominio da parte di sottosistemi ribelli. E' difficile immaginare una Creatura Planetaria che duri monolitica, indifferenziata e autocompiaciuta per periodi di tempo molto lunghi: la dinamica energetica e informazionale del sistema porterebbe a diversificazioni e ad emergenze, a novità perturbative, a cambiamenti di fase e a instabilità innovative.
IL SENSO E LA NARRAZIONE
Insomma sarebbero la complessità stessa e l'estensione della Creatura Planetaria a impedirne la stabilità a lungo termine: essa sarebbe sottoposta al giuoco vicendevole della generazione-diffusione. Le novità generate localmente dall'instabilità (per esempio dall'inventiva di singoli o di gruppi) si diffonderebbero per tutto il sistema in competizione con lo stato precedente, perturbandolo. Ma ben presto la novità o si estinguerebbe, e il sistema si riporterebbe nello stato anteriore, oppure si diffonderebbe e sarebbe adottata in tutte le parti del sistema, il quale tenderebbe quindi a rilassarsi in uno stato indifferenziato, benché diverso da prima. Ma altre novità provvederebbero subito a perturbarlo, e così via, in un'alternanza di fluttuazioni tra locale e globale, cioè tra differenza e uniformità. Lo specchio del Narciso planetario sarebbe continuamente intorbidato dalle increspature del caos. E il caos, si sa, è padre dell'ordine e a sua volta l'ordine precipita prima o poi nel caos.
In questo, la Creatura Planetaria non sarebbe molto diversa da qualsiasi altro sistema dinamico. Ho parlato di “aurorale finalismo cosciente”: questa tuttavia è una locuzione molto problematica. Non c'è ragione di credere che le miriadi di coscienze individuali possano o debbano dar luogo a una coscienza collettiva così come le cognizioni individuali dànno luogo a una cognizione collettiva. Possono esistere fenomeni e attività cognitive senza consapevolezza (ce l'ha dimostrato l'intelligenza artificiale), quindi per la Creatura Planetaria non è necessario postulare una coscienza. La sua eventuale formazione porrebbe tuttavia una serie di problemi: quale ne sarebbe la relazione con le coscienze dei singoli? Le sussumerebbe oppure le trascenderebbe o ne sarebbe indipendente? La nostra coscienza individuale ha un'origine evolutiva, per quanto oscura, e presenta di sicuro qualche valore di sopravvivenza, ma per la Creatura Planetaria come starebbero le cose?
Certo sono domande premature, visto che della Creatura Planetaria esiste finora soltanto un primo embrione cognitivo costituito dalla connessione in rete di qualche centinaio di milioni di esemplari di Homo Technologicus. Tuttavia gli effetti di questa connessione sono già visibili: l'intelligenza collettiva dell'umanità, mediata dalla comunicazione linguistica, ha ricevuto un enorme impulso quantitativo e una forte torsione qualitativa dalla tecnologia informazionale, tanto che è più appropriato parlare di intelligenza connettiva. Ma quell'ineffabile colore delle nostre azioni, dei nostri sentimenti, speranze, pene e gioie che si chiama senso risiede ancora dentro ciascuno di noi, anche se con le parole cerchiamo di gettare un ponte verso l'Altro da noi, ponte su cui il nostro senso si vorrebbe incontrare con il senso altrui e stabilire un contatto mediato dalla nostra comune origine e dalle nostre esperienze comuni. Ma con chi condividerebbe il proprio senso la Creatura Planetaria? E, prim'ancora, avrebbe… senso parlare di un senso per questo essere così alieno? Quali storie si racconterebbe per giustificare la propria esistenza e presagire il proprio futuro? I blog, i chat, i forum le reti sociali e via comunicando sono davvero il primo germe di una narrazione nuova o sono soltanto un confuso rumore di fondo? dov'è in tutto ciò la poesia? dov'è lo spazio per la ricerca del senso attraverso la narrazione? o è il lontano brusio di una sapienza ormai del tutto dimenticata? dov'è la creatività che noi umani ci illudiamo di possedere? Forse, per conservare questa caratteristica antica, che noi riteniamo preziosa, sarebbe necessario dotare le macchine di un pizzico di follia: trasgredendo sé stesse, le nostre nuove compagne potrebbero allora partecipare a pieno titolo alla festa delle innovazioni... Ma allora che cosa resterebbe all'uomo di distintivo e peculiare? Come sempre, ci sono più domande che risposte.
GIUSEPPE O. LONGO - Il NARCISO TEC+NOETICO OVVERO IL DEMIURGO ALLO SPECCHIO Gorizia, gennaio 2010
Visualizzazione post con etichetta is there Love in the technoetic Narcissus?. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta is there Love in the technoetic Narcissus?. Mostra tutti i post
10/05/10
ALESSIO CHIERICO - DIVAGAZIONI NARCISISTE (l'autocritica del pensiero e dell'arte)
Quando l'agire umano crea la forma tangibile, esce dal pensiero per divenire “cosa”, la produzione empirica e oggettuale riporta al creatore la sua esistenza, e l'esistenza stessa dell'oggetto come frutto e parte di un proprio se. Il medium divenuto nel tempo esterno al corpo, che si pone come veicolo e mediatore tra pensiero e realtà, diventa esso stesso la rappresentazione del “se” creatore. Nella mitologia biblica dio crea il mondo quale contenitore della sua vera creazione: l'uomo, che non può non essere a sua immagine e somiglianza.
L'uomo osserva nel suo prodotto la sua esistenza, si rispecchia su esso, riflette.
Come la nascita della parola e della scrittura portano sempre più l'uomo ad una sua auto-consapevolezza come soggetto e come comunità, maggiore è il suo desiderio di conoscersi e di imporre il suo prodotto/esistenza. Il potenziale con il quale un uomo può assoggettare l'esistente alla sua azione determina la nascita del potere; il riconoscere che ogni suo frutto “è cosa buona e giusta”, finché non si interroghi del motivo stesso della sua azione/imposizione, riflette in se la propria magnificenza.
Il potere si riflette in dio e dio si riflette nell'uomo imponendo una gerarchia ciclica che legittima l'assoggettamento dell'uomo al potere del dio/uomo, realizzando da un lato, l'amore verso il potere, dall'altro, l'amore verso se stesso.
La direzione verso cui conduce la vita di un uomo è il soddisfacimento del proprio piacere verso una qualche realizzazione. La realizzazione persegue sempre il raggiungimento di un qualche potere, e non è mai sazia, si reinventa qualora fosse raggiunto l'obbiettivo, perché non c'è vita dove non c'è percorso e direzione. Il potere serve la realizzazione nel momento in cui, maggiore è, maggiori sono gli strumenti che offre per la realizzazione di un potere più ampio.
In questo ciclo è l'amore del proprio operato e della propria realizzazione, che si pongono sempre nella prospettiva di un “io”, che non sarà mai raggiunto perché mutevole, a definire il narcisismo quale atteggiamento imperante del potere, ma anche contro il potere.
Il più grande nemico del potere narcisistico è l'avanzata del potere narcisistico e di affermazione identitaria, di chi lo vuole soppiantare o resistergli. Questa guerra tra le volontà si realizza ogni qual volta il campo di un'esistenza in espansione si incontra con il campo di un altra esistenza, che, se consapevole, rivendica la propria libertà per non essere inglobata.
Nel momento in cui viene costituita una teoria sull'arte, partendo da Leon Battista Alberti alla nascita dell'estetica, la direzione dell'arte segue la teoria riflettendosi in essa, la teoria si reinventa e progredisce, instaurando quel rapporto ciclico di dipendenza identitaria, pari a quella del mito di Narciso. In questo modo l'arte afferma la sua indipendenza dai poteri, il suo narcisismo si contrappone e si esclude dalla società ritagliandosi il suo angolo di libertà.
Il potere reagisce all'arte mercificandola e banalizzando il suo spirito di opposizione, l'arte e l'artista, gratificati e santificati, o relegati al loro disadattamento, non possono che vivere dell'amore verso se stessi.
Questa base storica in cui l'arte, resa indipendente dal suo narcisismo, e condannata al suo narcisismo, diventa il parco di attrazione di quelle esistenze che necessitano di rivendicare la loro soggettività e che non trovano lo spazio tra i poteri nella società.
L'arte che si dissolve come creatività nella vita, viene assorbita dal mercato per essere rivenduta come spazio narcisistico, quel narcisismo individuale che determina la piacevolezza nel riversare un contenuto nel web 2.0, nel comprare un computer per fare grafica, nel comprare il telefono cellulare che fa video, nel fare istallazioni interattive, nel fare corsi di formazione o pseudoartistici, ecc. …
Qualsiasi attività umana è soggetta al piacere, e per l'industria non c'è piacere migliore di quello che produce contenuti non retribuiti, e che appaga il narcisismo del consumatore nel suo prodotto.
Sul piano opposto, chi detiene la consapevolezza più o meno intuitiva del mondo, trova appagamento nella sua stessa intelligenza, verificando nel più puro dei narcisismi la sua qualità superiore alla cultura mainstream. Da questo nasce la necessità di avere qualcosa da dire, di essere un artista, di essere un teorico, o un arrampicatore sociale. Ogni attività finalizzata all'esistenza e non alla sopravvivenza, implica sempre un certo grado di narcisismo. L'arte, nel suo presupposto di utilità o inutilità, è dalla sua nascita, la forma pragmatica del narcisismo.
ALESSIO CHIERICO - DIVAGAZIONI NARCISISTE (l'autocritica del pensiero e dell'arte) - APRILE 2010
L'uomo osserva nel suo prodotto la sua esistenza, si rispecchia su esso, riflette.
Come la nascita della parola e della scrittura portano sempre più l'uomo ad una sua auto-consapevolezza come soggetto e come comunità, maggiore è il suo desiderio di conoscersi e di imporre il suo prodotto/esistenza. Il potenziale con il quale un uomo può assoggettare l'esistente alla sua azione determina la nascita del potere; il riconoscere che ogni suo frutto “è cosa buona e giusta”, finché non si interroghi del motivo stesso della sua azione/imposizione, riflette in se la propria magnificenza.
Il potere si riflette in dio e dio si riflette nell'uomo imponendo una gerarchia ciclica che legittima l'assoggettamento dell'uomo al potere del dio/uomo, realizzando da un lato, l'amore verso il potere, dall'altro, l'amore verso se stesso.
La direzione verso cui conduce la vita di un uomo è il soddisfacimento del proprio piacere verso una qualche realizzazione. La realizzazione persegue sempre il raggiungimento di un qualche potere, e non è mai sazia, si reinventa qualora fosse raggiunto l'obbiettivo, perché non c'è vita dove non c'è percorso e direzione. Il potere serve la realizzazione nel momento in cui, maggiore è, maggiori sono gli strumenti che offre per la realizzazione di un potere più ampio.
In questo ciclo è l'amore del proprio operato e della propria realizzazione, che si pongono sempre nella prospettiva di un “io”, che non sarà mai raggiunto perché mutevole, a definire il narcisismo quale atteggiamento imperante del potere, ma anche contro il potere.
Il più grande nemico del potere narcisistico è l'avanzata del potere narcisistico e di affermazione identitaria, di chi lo vuole soppiantare o resistergli. Questa guerra tra le volontà si realizza ogni qual volta il campo di un'esistenza in espansione si incontra con il campo di un altra esistenza, che, se consapevole, rivendica la propria libertà per non essere inglobata.
Nel momento in cui viene costituita una teoria sull'arte, partendo da Leon Battista Alberti alla nascita dell'estetica, la direzione dell'arte segue la teoria riflettendosi in essa, la teoria si reinventa e progredisce, instaurando quel rapporto ciclico di dipendenza identitaria, pari a quella del mito di Narciso. In questo modo l'arte afferma la sua indipendenza dai poteri, il suo narcisismo si contrappone e si esclude dalla società ritagliandosi il suo angolo di libertà.
Il potere reagisce all'arte mercificandola e banalizzando il suo spirito di opposizione, l'arte e l'artista, gratificati e santificati, o relegati al loro disadattamento, non possono che vivere dell'amore verso se stessi.
Questa base storica in cui l'arte, resa indipendente dal suo narcisismo, e condannata al suo narcisismo, diventa il parco di attrazione di quelle esistenze che necessitano di rivendicare la loro soggettività e che non trovano lo spazio tra i poteri nella società.
L'arte che si dissolve come creatività nella vita, viene assorbita dal mercato per essere rivenduta come spazio narcisistico, quel narcisismo individuale che determina la piacevolezza nel riversare un contenuto nel web 2.0, nel comprare un computer per fare grafica, nel comprare il telefono cellulare che fa video, nel fare istallazioni interattive, nel fare corsi di formazione o pseudoartistici, ecc. …
Qualsiasi attività umana è soggetta al piacere, e per l'industria non c'è piacere migliore di quello che produce contenuti non retribuiti, e che appaga il narcisismo del consumatore nel suo prodotto.
Sul piano opposto, chi detiene la consapevolezza più o meno intuitiva del mondo, trova appagamento nella sua stessa intelligenza, verificando nel più puro dei narcisismi la sua qualità superiore alla cultura mainstream. Da questo nasce la necessità di avere qualcosa da dire, di essere un artista, di essere un teorico, o un arrampicatore sociale. Ogni attività finalizzata all'esistenza e non alla sopravvivenza, implica sempre un certo grado di narcisismo. L'arte, nel suo presupposto di utilità o inutilità, è dalla sua nascita, la forma pragmatica del narcisismo.
ALESSIO CHIERICO - DIVAGAZIONI NARCISISTE (l'autocritica del pensiero e dell'arte) - APRILE 2010
KARIN ANDERSEN - COMPAGNI Aprile 2010
Compagni, parla il portavoce della missione intergalattica esplorativa decennale, a nome di tutti i membri dell'equipaggio del vettore spaziale X08-BY-S. Stiamo per trasmettervi il primo rapporto da un interessante pianeta, corredato di un'atmosfera vivibile e di un territorio vagamente paragonabile al nostro, che ha permesso l'evoluzione di forme di vita complesse. Ne siamo venuti a conoscenza dopo l'intercettazione di una sonda, denominata "Pioneer", inviata dagli abitanti del pianeta in questione e corredata di una targhetta metallica con una mappa del sistema stellare che lo ospita, e la rappresentazione dei suoi abitanti: due individui bipedi dall'aspetto divertente. Mentre le informazioni sulla posizione del pianeta sono tutto sommato precise e ci hanno permesso di raggiungerlo senza problemi, le informazioni sui suoi abitanti si sono rivelate decisamente incomplete: una volta sbarcati qui abbiamo trovato, oltre ai due individui bipedi raffigurati sulla targhetta trasportata dalla sonda, innumerevoli altre e sorprendenti varianti di esseri viventi, più o meno rassomiglianti alle due figure rappresentate.
(…)
Il pianeta preso in esame - denominato "Terra" - vanta una ricchissima varietà di forme di vita più o meno complesse ed evolute. L'élite delle creature aliene locali, in questo senso, è costituita da una serie di specie piuttosto simili fra di loro, che condividono lo stesso tipo di fisiologia, anatomia e sistema riproduttivo, nonché procedure simili di allevamento dei figli. All'interno del suddetto gruppo di specie spicca una specie predominante che ha raggiunto un particolare livello di sviluppo neurologico e che ha elaborato un linguaggio basato sull'articolazione vocale, ma anche sulla trasmissione di segni e simboli visivi, che ci sono stati di grande aiuto nell'operazione di decodifica. Tale linguaggio definisce la suddetta specie predominante come "umani", mentre tutte le altre specie - pur corredate di nomi propri come "lepre, gabbiano, muschio, tapiro, orca, quercia, alligatore, orchidea, trota, mantide, castoro, acaro, scoiattolo, gorilla" e via dicendo - vengono comunemente raccolte sotto le categorie grossolane di "animali" e "piante", indifferentemente dal grado di parentela e somiglianza con la specie umana, che in alcuni casi è sorprendentemente elevato.
(…)
Nonostante le nostre facoltà di renderci pressoché invisibili tramite l'adattamento mimetico della nostra superficie corporea, espediente utilizzato, fra l'altro, anche da un'interessante specie dell'emisfero sud di questo pianeta (denominata "camaleonte"), siamo molto incerti di quanto potremo resistere ancora qui senza essere scoperti: la specie predominante degli umani è dotata di dispositivi tecnologici per il controllo ambientale basati su meccanismi ottici, acustici ed elettromagnetici che presto potrebbero riuscire a rilevare la nostra presenza. Vorremmo quindi affrettarci a comunicarvi una delle questioni più enigmatiche e contraddittorie della suddetta specie, che consiste in un termine usato in maniera assai diffusa, ma poco chiara e con una varietà di significati fluttuanti e di incongruenze: "cultura". Gli umani, specialmente alcune popolazioni, ne sembrano ossessionati, se non addirittura innamorati: il termine in questione pare fondamentale per la loro visione del mondo e, soprattutto, la loro autostima.
Abbiamo rilevato il suddetto termine in diversi ambiti delle loro comunicazioni e possiamo affermare che lo adoperano per denotare:
1 - una crescita di materiale organico non spontanea ma indotta da uno o più esseri umani (detta anche "coltivazione"),
2 – un insieme di abitudini e tradizioni di un certo tipo, spesso associate a determinate zone geografiche e le loro popolazioni umane,
3 - una serie di attività predilette degli umani, come la produzione di immagini, suoni, movimenti e assemblaggi di parole che stimolano i loro sensi (denominate pittura, fotografia, musica, danza, letteratura e cinema),
4 - l'accumulo di saperi teorici da parte di uno o più individui umani (detto anche "scienza"): un sistema di speculazioni derivanti dall'osservazione dell'ambiente circostante, vale a dire degli altri umani ma anche e soprattutto degli animali, delle piante e del territorio, che nel loro insieme vengono definiti attraverso un'ulteriore termine assai vago, ovvero "natura",
5 - l'accumulo di saperi pratici da parte di uno o più individui umani (detto anche "tecnica"), riguardante le applicazioni utili dei saperi menzionati nel punto precedente.
Ci sembra che, tutto sommato, il termine "cultura" rimandi a tutti i possibili risultati dell'elaborazione materiale e cognitiva di istanze provenienti dall'entità "natura".
Questa nostra analisi trova conferma in svariati luoghi in cui si realizzano le trasformazioni di sostanze "naturali" dal punto di vista pratico, dette "industrie", ma anche - e soprattutto - in innumerevoli luoghi di culto che gli umani hanno istituito per celebrare l'entità "cultura", detti "musei": tali luoghi sono pieni di rimandi a ciò che viene denominato "natura", sotto forma di rappresentazioni visive di scenari paesaggistici o di figurazioni di animali e piante, di reiterazioni di modelli estetici o comportamentali di altre specie eseguite da umani, o di campioni originali prelevati direttamente dall'ambito naturale.
Apprezziamo molto la capacità degli umani di analizzare e utilizzare a loro vantaggio le risorse materiali e immateriali della biosfera che li circonda, ma non comprendiamo la loro tendenza ad oscurare e sottomettere tali fonti di sostentamento materiale e d'ispirazione creativa: paradossalmente i due termini "natura" e "cultura" vengono usati dagli umani in una logica oppositiva, lasciando intendere che tutto ciò che si può raccogliere sotto il termine "cultura" si considera nettamente distaccato da ciò che appartiene all'ambito definito come "natura", e anzi ne costituisce il superamento, se non addirittura la negazione. L'ambito della "natura" assume così per gli umani una valenza di dimensione inferiore, con cui cercano di negare i legami. Perfino il loro stesso corredo genetico e biologico (come già menzionato, piuttosto simile a quello di molte altre specie) viene spesso considerato un apparato imperfetto, e solo l'idea di possedere la cosiddetta "cultura" li concilia con se stessi.
A noi sembra comunque evidente, contrariamente a quanto emerge dal linguaggio degli umani, che l'entità "cultura" non sia risultato di un superamento, ma di un rimescolamento cognitivo e pratico di elementi appartenenti all'entità "natura". Non ci è chiaro perché gli umani vorrebbero tenere così nettamente separati i due termini, visto che il primo è imprescindibilmente legato al secondo, ne deriva e ne costituisce una continuazione senza confini precisi. Anche il fatto che il termine "cultura" si applica soltanto alle istanze della specie umana (e mai ai cosiddetti animali e piante) sfugge alla nostra comprensione.
Tutte queste valutazioni, unite al fatto che gli umani tendono ad assumere una posizione di controllo totale sulle altre specie, che spesso non rispetta le esigenze basilari di queste ultime, ci porta a sospettare che il termine "cultura" e il suo uso nel linguaggio umano facciano parte di un astuto piano strategico di consolidamento ed estensione del loro dominio sul resto della biosfera.
Siamo pertanto spiacenti di comunicarvi che nutriamo seri dubbi sull'opportunità di portare a termine la nostra missione secondo i piani, che prevedevano la conclusione della fase clandestina del nostro soggiorno e il contatto con gli alieni terrestri a scopo di scambi informativi: i rischi per la salute della nostra civiltà sono elevati. Nel caso che ci rivelassimo a loro, assimilerebbero le informazioni sul nostro mondo come spugne, per elaborarle a proprio vantaggio e integrarle nel dominio che chiamano "cultura", probabilmente senza riconoscercene nessun merito o ricompensa. Nella peggiore delle ipotesi potrebbero sopraffarci e soggiogarci come ciò che definiscono "natura".
Vi preghiamo di prendere in considerazione queste nostre analisi, per eventualmente correggere gli obiettivi della nostra missione alla luce di quanto abbiamo scoperto. Attendiamo i vostri suggerimenti in merito alla questione e ci comporteremo di conseguenza.
KARIN ANDERSEN - COMPAGNI - Aprile 2010
(…)
Il pianeta preso in esame - denominato "Terra" - vanta una ricchissima varietà di forme di vita più o meno complesse ed evolute. L'élite delle creature aliene locali, in questo senso, è costituita da una serie di specie piuttosto simili fra di loro, che condividono lo stesso tipo di fisiologia, anatomia e sistema riproduttivo, nonché procedure simili di allevamento dei figli. All'interno del suddetto gruppo di specie spicca una specie predominante che ha raggiunto un particolare livello di sviluppo neurologico e che ha elaborato un linguaggio basato sull'articolazione vocale, ma anche sulla trasmissione di segni e simboli visivi, che ci sono stati di grande aiuto nell'operazione di decodifica. Tale linguaggio definisce la suddetta specie predominante come "umani", mentre tutte le altre specie - pur corredate di nomi propri come "lepre, gabbiano, muschio, tapiro, orca, quercia, alligatore, orchidea, trota, mantide, castoro, acaro, scoiattolo, gorilla" e via dicendo - vengono comunemente raccolte sotto le categorie grossolane di "animali" e "piante", indifferentemente dal grado di parentela e somiglianza con la specie umana, che in alcuni casi è sorprendentemente elevato.
(…)
Nonostante le nostre facoltà di renderci pressoché invisibili tramite l'adattamento mimetico della nostra superficie corporea, espediente utilizzato, fra l'altro, anche da un'interessante specie dell'emisfero sud di questo pianeta (denominata "camaleonte"), siamo molto incerti di quanto potremo resistere ancora qui senza essere scoperti: la specie predominante degli umani è dotata di dispositivi tecnologici per il controllo ambientale basati su meccanismi ottici, acustici ed elettromagnetici che presto potrebbero riuscire a rilevare la nostra presenza. Vorremmo quindi affrettarci a comunicarvi una delle questioni più enigmatiche e contraddittorie della suddetta specie, che consiste in un termine usato in maniera assai diffusa, ma poco chiara e con una varietà di significati fluttuanti e di incongruenze: "cultura". Gli umani, specialmente alcune popolazioni, ne sembrano ossessionati, se non addirittura innamorati: il termine in questione pare fondamentale per la loro visione del mondo e, soprattutto, la loro autostima.
Abbiamo rilevato il suddetto termine in diversi ambiti delle loro comunicazioni e possiamo affermare che lo adoperano per denotare:
1 - una crescita di materiale organico non spontanea ma indotta da uno o più esseri umani (detta anche "coltivazione"),
2 – un insieme di abitudini e tradizioni di un certo tipo, spesso associate a determinate zone geografiche e le loro popolazioni umane,
3 - una serie di attività predilette degli umani, come la produzione di immagini, suoni, movimenti e assemblaggi di parole che stimolano i loro sensi (denominate pittura, fotografia, musica, danza, letteratura e cinema),
4 - l'accumulo di saperi teorici da parte di uno o più individui umani (detto anche "scienza"): un sistema di speculazioni derivanti dall'osservazione dell'ambiente circostante, vale a dire degli altri umani ma anche e soprattutto degli animali, delle piante e del territorio, che nel loro insieme vengono definiti attraverso un'ulteriore termine assai vago, ovvero "natura",
5 - l'accumulo di saperi pratici da parte di uno o più individui umani (detto anche "tecnica"), riguardante le applicazioni utili dei saperi menzionati nel punto precedente.
Ci sembra che, tutto sommato, il termine "cultura" rimandi a tutti i possibili risultati dell'elaborazione materiale e cognitiva di istanze provenienti dall'entità "natura".
Questa nostra analisi trova conferma in svariati luoghi in cui si realizzano le trasformazioni di sostanze "naturali" dal punto di vista pratico, dette "industrie", ma anche - e soprattutto - in innumerevoli luoghi di culto che gli umani hanno istituito per celebrare l'entità "cultura", detti "musei": tali luoghi sono pieni di rimandi a ciò che viene denominato "natura", sotto forma di rappresentazioni visive di scenari paesaggistici o di figurazioni di animali e piante, di reiterazioni di modelli estetici o comportamentali di altre specie eseguite da umani, o di campioni originali prelevati direttamente dall'ambito naturale.
Apprezziamo molto la capacità degli umani di analizzare e utilizzare a loro vantaggio le risorse materiali e immateriali della biosfera che li circonda, ma non comprendiamo la loro tendenza ad oscurare e sottomettere tali fonti di sostentamento materiale e d'ispirazione creativa: paradossalmente i due termini "natura" e "cultura" vengono usati dagli umani in una logica oppositiva, lasciando intendere che tutto ciò che si può raccogliere sotto il termine "cultura" si considera nettamente distaccato da ciò che appartiene all'ambito definito come "natura", e anzi ne costituisce il superamento, se non addirittura la negazione. L'ambito della "natura" assume così per gli umani una valenza di dimensione inferiore, con cui cercano di negare i legami. Perfino il loro stesso corredo genetico e biologico (come già menzionato, piuttosto simile a quello di molte altre specie) viene spesso considerato un apparato imperfetto, e solo l'idea di possedere la cosiddetta "cultura" li concilia con se stessi.
A noi sembra comunque evidente, contrariamente a quanto emerge dal linguaggio degli umani, che l'entità "cultura" non sia risultato di un superamento, ma di un rimescolamento cognitivo e pratico di elementi appartenenti all'entità "natura". Non ci è chiaro perché gli umani vorrebbero tenere così nettamente separati i due termini, visto che il primo è imprescindibilmente legato al secondo, ne deriva e ne costituisce una continuazione senza confini precisi. Anche il fatto che il termine "cultura" si applica soltanto alle istanze della specie umana (e mai ai cosiddetti animali e piante) sfugge alla nostra comprensione.
Tutte queste valutazioni, unite al fatto che gli umani tendono ad assumere una posizione di controllo totale sulle altre specie, che spesso non rispetta le esigenze basilari di queste ultime, ci porta a sospettare che il termine "cultura" e il suo uso nel linguaggio umano facciano parte di un astuto piano strategico di consolidamento ed estensione del loro dominio sul resto della biosfera.
Siamo pertanto spiacenti di comunicarvi che nutriamo seri dubbi sull'opportunità di portare a termine la nostra missione secondo i piani, che prevedevano la conclusione della fase clandestina del nostro soggiorno e il contatto con gli alieni terrestri a scopo di scambi informativi: i rischi per la salute della nostra civiltà sono elevati. Nel caso che ci rivelassimo a loro, assimilerebbero le informazioni sul nostro mondo come spugne, per elaborarle a proprio vantaggio e integrarle nel dominio che chiamano "cultura", probabilmente senza riconoscercene nessun merito o ricompensa. Nella peggiore delle ipotesi potrebbero sopraffarci e soggiogarci come ciò che definiscono "natura".
Vi preghiamo di prendere in considerazione queste nostre analisi, per eventualmente correggere gli obiettivi della nostra missione alla luce di quanto abbiamo scoperto. Attendiamo i vostri suggerimenti in merito alla questione e ci comporteremo di conseguenza.
KARIN ANDERSEN - COMPAGNI - Aprile 2010
WU MING 2 - LA DITTA AGSM (Il narcisismo culturale e le frane dell'immaginario)
WU MING 2 - LA DITTA AGSM
La ditta AGSM, di proprietà del comune di Verona, vuole costruire una centrale eolica sul Monte dei Cucchi, in provincia di Bologna. Un complesso da ventiquattro turbine alte come la torre degli Asinelli (70 metri di supporto e una tripala di 26 metri di raggio). Ogni aerogeneratore poggerà su una base di cemento armato profonda dieci metri e larga quindici, all’interno di una piazzola sgombra, pianeggiante e ciottolata di venti metri per trenta. Per montare e gestire l’impianto bisognerà aprire una strada asfaltata, abbastanza larga per il passaggio di camion e ruspe, e interrare un cavo lungo tredici chilometri. Tutto questo su un crinale fitto di boschi, famoso per la frana che nel 1951 distrusse il paese di Castel dell’Alpi e formò il lago omonimo sul torrente Sàvena.
Lo chiamano parco eolico, che è come battezzare una guerra operazione di polizia internazionale. Si sa che gli uomini amano camuffare i loro crimini commettendo crimini contro il vocabolario.
I cittadini della zona hanno saputo del progetto quando sono arrivate le prime lettere per l’esproprio dei terreni. Allora si sono organizzati, hanno raccolto firme e informazioni, sono andati più volte dal sindaco, hanno messo in piedi un comitato. Alla fine il comune di San Benedetto ha espresso il suo parere negativo sull’impianto, mentre la Provincia di Bologna continua a sostenerlo. La stessa Provincia, vent’anni fa, finanziava una serie di fascicoli per proporre itinerari a piedi in luoghi di particolare interesse naturale e paesaggistico. La serie usciva in edicola come allegato a La Repubblica e il fascicolo numero quattro era dedicato a un monte franoso e ricco di fauna. Il Monte dei Cucchi.
Dunque la Provincia ha cambiato idea: non più il turismo sostenibile, per valorizzare la zona, ma l’energia pulita, in nome dell’interesse pubblico.
Ma è davvero pubblico l’interesse di un impianto simile?
Nel 2007 la Commissione Europea ha pubblicato un grafico sui rendimenti dell’energia eolica. Ad ogni paese dell’Unione corrispondono una tacca blu e un pallino rosso. La tacca blu rappresenta il costo di un megawatt/ora di elettricità, il pallino rosso è il ricavo che se ne ottiene. In Spagna, per esempio, il costo medio di un Mw/h è di sessanta euro, il ricavo medio sfiora gli ottanta, quindi il guadagno netto si aggira sui venti euro. E in Italia? Nella colonna dell’Italia il pallino rosso non c’è, è scomparso. Chi si è preso la briga di cercarlo l’ha scovato in alto, molto in alto, nascosto sotto il titolo del diagramma, perché il ricavo medio delle turbine italiane è di 170 euro per megawatt/ora, con un guadagno netto dieci volte superiore a quello dei tedeschi e cinque volte quello degli spagnoli. Il motivo è che in Italia i proventi dei mulini dipendono per una metà dagli incentivi statali, che sono i più alti d’Europa. Grazie a questo sistema un’azienda può far soldi con le sue pale anche se il vento è poco e la tecnologia che adotta non è la migliore.
Nel frattempo, gli incentivi pesano sulle bollette dell’elettricità e così tutti pagano per impianti che funzionano male e fanno guadagnare soprattutto chi li ha costruiti.
Socializzare i costi, privatizzare il profitto. La regola d’oro del capitalismo italiano.
Certo esisteranno aziende che misurano il vento con attenzione e investono denaro nella ricerca per avere macchine efficienti, sicure, con un impatto limitato. Ma chi controlla che sia davvero così? Quando la Provincia di Bologna sostiene che la centrale del Monte dei Cucchi ha un interesse pubblico, sa davvero di cosa sta parlando? Qualche tecnico imparziale ha dato un’occhiata ai rilievi anemometrici di AGSM?
Oggi esistono molti progetti alternativi per mettere Eolo al lavoro: dagli aquiloni KiteGen alle miniturbine, dagli impianti che sfruttano le turbolenze alle pale “domestiche”. AGSM ritiene che ventiquattro generatori alti cento metri siano la soluzione più indicata per un crinale di montagna a mille metri di altitudine. Qualcuno ha verificato che sia davvero così?
L’unica energia veramente pulita si misura in negawatt, ed è quella che non si produce, grazie al risparmio e all’efficienza della rete. Estrarre elettricità da fonti rinnovabili è comunque un’ottima idea, a patto che il processo non consumi una risorsa che invece non si rinnova: il territorio. Date le caratteristiche geografiche e climatiche dell’Italia, per produrre con le grandi turbine eoliche l’equivalente di un milione di tonnellate di petrolio, servirebbero 34000 ettari di terreno, più dell’intera provincia di Trieste, contro i 4500 degli impianti fotovoltaici integrati, i 1800 del solare termico, i 750 dei residui dell’agricoltura. Oggi gli impianti eolici della Penisola producono il 16% di elettricità rispetto alle promesse (la potenza installata) e lavorano in media 1500 ore all’anno, cioè due mesi. Questo significa che le centrali realizzate fin qui - più che altro con grandi turbine - non sfruttano a dovere il vento e consumano il territorio.
Ma AGSM sostiene che quello delle sue torri “non è un vero e proprio impatto, perché non è sottrazione di habitat, di utilizzo o di usufruibilità; è modifica nella percezione di un paesaggio”.
Ancora una volta, più che lottare con i numeri, si finisce per lottare con le parole. Impatto ha la stessa etimologia di pattume. Entrambe le parole derivano dalla radice pat-, che sta per piede, e hanno a che fare con le impronte, materia pestata e infradiciata, buona per concimare e ingrassare la terra, quindi per estensione scarti organici e più in generale rifiuti. Difficile dire che l’impianto dell’AGSM non lascerebbe un’impronta sul Monte dei Cucchi, infarcendolo di scorie gigantesche. Quanto all’habitat, esso è l’insieme delle condizioni fisiche che circondano una specie. E qualunque sia la specie che si vuole considerare, dagli abeti ai rapaci ai fungai dell’Appennino, sbancare un bosco è sconvolgere l’habitat di diverse comunità.
Per affermare il contrario, bisognerebbe sconvolgere anche la lingua italiana.
Rispetto alla sottrazione di utilizzo, AGSM confonde le carte, mescola i territori. Gerolamo ricorda un viaggio in treno, da Parigi a Orléans. Decine di pale enormi, bianche, in mezzo alla pianura francese, ai campi di barbabietola e di grano, ai tralicci dell’alta tensione, ai silos per cereali. Un impatto di media entità (come l’impronta di un piede su un terreno già molto calpestato), il rumore delle pale, ma l’utilizzo umano del luogo resta più o meno invariato: le fondamenta delle torri eoliche occupano qualche ettaro di terreno, su una superficie vastissima e uniforme, e tutt’intorno ancora si coltiva. Una situazione impossibile da riprodurre su un crinale montuoso coperto di abeti, aceri e faggi, a più di mille metri d’altezza.
E la modifica nella percezione del paesaggio? Anche quello un gioco di parole, per far sembrare il danno soggettivo, meno grave di quel che è. Si modifica la percezione, non la sostanza delle cose. Ma il paesaggio - secondo la convenzione europea sottoscritta dall’Italia nel 2006 - “designa una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni” (Sottinteso: umane)
Dunque non c’è differenza tra paesaggio e percezione del paesaggio, anche se AGSM vorrebbe farcelo credere.
Tempo fa ho trovato su Repubblica.it un servizio fotografico tutto dedicato agli impianti eolici. Didascalie entusiaste per il diffondersi dei mulini a vento, simboli dell’energia alternativa, accompagnavano le immagini dall’alto, dal finestrino di un aereo. Le stesse torri, inquadrate da terra, non avrebbero prodotto soltanto un effetto differente, una diversa percezione. Se cambia il punto di vista, cambia pure il paesaggio. L'elevazione ci trasforma in voyeur, la strada in cittadini. Google Earth ci insegna che anche una discarica di lamiera può essere una meraviglia, se inquadrata da un satellite.
Per questo amiamo guardarci dall’alto, specchiarci come Narciso nelle acque della nostra indifferenza.
Ma qui non si tratta di decidere che cosa è bello e che cosa no. Le grandi pale bianche, di per sé, non sono brutte. Anzi, fanno pensare a don Chisciotte e hanno un che di metafisico. Se rovinano un paesaggio non è perché sono sgorbi in un quadretto idilliaco, ma perché annullano il senso dei luoghi. Esiste un paesaggio laddove sul territorio si riconoscono dei segni, quelli che un geografo chiamerebbe iconemi. Costruire un’opera senza tener conto di questi elementi rischia di cancellarli, di lasciare un vuoto. Una campagna coperta di capannoni nel giro di pochi anni non è soltanto più brutta: è un territorio senza paesaggio, una frase senza sintassi, un ambiente alieno da chi lo abita. Al contrario, un minareto che si alza in un quartiere padano abitato da musulmani, è un cambiamento del paesaggio che rende visibile un cambiamento sociale. La sua presenza è perfettamente giustificata, e chi la combatte non lo fa per difendere lo skyline di periferia da una costruzione stonata. Vietare certi simboli significa impedire agli uomini di rispecchiarsi nel loro ambiente.
Tenere conto degli iconemi vuole anche dire comprendere la loro gerarchia. Un minareto in periferia è diverso da un minareto sulla piazza principale, di fianco al municipio. Una cicatrice sulla faccia e una sulla schiena possono essere identiche, ma certo non sono la stessa per l’individuo che le porta. Dove sta Monte dei Cucchi? Vicino alla faccia o vicino alla schiena? AGSM ha presentato il suo progetto senza domandarlo a nessuno. Eppure, il Dossier regionale sull’Eolico del maggio 2007 afferma che:
"è fondamentale la partecipazione degli abitanti alle diverse possibili soluzioni, che dovranno essere in sintonia non solo alle considerazioni inerenti la percezione visiva, ma anche a quanto attiene ad altri valori (culturali, storici, ambientali, simbolici...)"
Se si fa fatica ad ascoltare gli abitanti umani di un territorio, che ne sarà di tutti gli altri? Chi rappresenterà il punto di vista del falco, del cinghiale, dell’abete? E i loro voti avranno lo stesso peso di quelli umani oppure la democrazia vale soltanto per noi? Quando qualcuno si preoccupa per la sicurezza delle pale eoliche, le ditte produttrici rispondono che gli incidenti sono molto limitati, ma si tratta di un falso ideologico, che trascura un olocausto di pipistrelli e una strage di rapaci. Perché la nostra è una civiltà controfattuale, basata su un periodo ipotetico dell’irrealtà, un what if distopico e aberrante che prima o poi finirà per travolgerci: fare come se gli altri non esistessero. Si dirà che non ha senso rivendicare i diritti del faggio e della volpe in un paese dove contano poco i diritti degli stranieri, degli omosessuali e dei senzatetto. Ma in realtà la questione è sempre la stessa: si tratta di capire se l’Altro è solo un rumore di fondo oppure una voce che ci preme ascoltare.
Il narcisismo culturale spinge l’Homo sapiens a custodire un antico palazzo molto più di un bosco o di un torrente. Se una ditta di Verona venisse a installare una pala eolica sulla Torre degli Asinelli, le faremmo ripassare il Po a calci nel culo e nessuno ci farebbe una diagnosi di sindrome NIMBY (Not in My BackYard: l’energia rinnovabile sì, ma non nel mio cortile). Invece, se gli abitanti di una valle si ribellano, perché qualcuno vuole modificare il profilo di una montagna, ecco che ci indigniamo contro questi nostalgici, nemici del progresso, primitivi e antimoderni, e ascoltiamo quel che hanno da dire solo in campagna elettorale, se si mettono a parlare di turismo, valore degli immobili e pericolo di frane.
Le frane dell’immaginario sembrano sempre le più innocue.
WU MING 2 - LA DITTA AGSM - aprile 2010
La ditta AGSM, di proprietà del comune di Verona, vuole costruire una centrale eolica sul Monte dei Cucchi, in provincia di Bologna. Un complesso da ventiquattro turbine alte come la torre degli Asinelli (70 metri di supporto e una tripala di 26 metri di raggio). Ogni aerogeneratore poggerà su una base di cemento armato profonda dieci metri e larga quindici, all’interno di una piazzola sgombra, pianeggiante e ciottolata di venti metri per trenta. Per montare e gestire l’impianto bisognerà aprire una strada asfaltata, abbastanza larga per il passaggio di camion e ruspe, e interrare un cavo lungo tredici chilometri. Tutto questo su un crinale fitto di boschi, famoso per la frana che nel 1951 distrusse il paese di Castel dell’Alpi e formò il lago omonimo sul torrente Sàvena.
Lo chiamano parco eolico, che è come battezzare una guerra operazione di polizia internazionale. Si sa che gli uomini amano camuffare i loro crimini commettendo crimini contro il vocabolario.
I cittadini della zona hanno saputo del progetto quando sono arrivate le prime lettere per l’esproprio dei terreni. Allora si sono organizzati, hanno raccolto firme e informazioni, sono andati più volte dal sindaco, hanno messo in piedi un comitato. Alla fine il comune di San Benedetto ha espresso il suo parere negativo sull’impianto, mentre la Provincia di Bologna continua a sostenerlo. La stessa Provincia, vent’anni fa, finanziava una serie di fascicoli per proporre itinerari a piedi in luoghi di particolare interesse naturale e paesaggistico. La serie usciva in edicola come allegato a La Repubblica e il fascicolo numero quattro era dedicato a un monte franoso e ricco di fauna. Il Monte dei Cucchi.
Dunque la Provincia ha cambiato idea: non più il turismo sostenibile, per valorizzare la zona, ma l’energia pulita, in nome dell’interesse pubblico.
Ma è davvero pubblico l’interesse di un impianto simile?
Nel 2007 la Commissione Europea ha pubblicato un grafico sui rendimenti dell’energia eolica. Ad ogni paese dell’Unione corrispondono una tacca blu e un pallino rosso. La tacca blu rappresenta il costo di un megawatt/ora di elettricità, il pallino rosso è il ricavo che se ne ottiene. In Spagna, per esempio, il costo medio di un Mw/h è di sessanta euro, il ricavo medio sfiora gli ottanta, quindi il guadagno netto si aggira sui venti euro. E in Italia? Nella colonna dell’Italia il pallino rosso non c’è, è scomparso. Chi si è preso la briga di cercarlo l’ha scovato in alto, molto in alto, nascosto sotto il titolo del diagramma, perché il ricavo medio delle turbine italiane è di 170 euro per megawatt/ora, con un guadagno netto dieci volte superiore a quello dei tedeschi e cinque volte quello degli spagnoli. Il motivo è che in Italia i proventi dei mulini dipendono per una metà dagli incentivi statali, che sono i più alti d’Europa. Grazie a questo sistema un’azienda può far soldi con le sue pale anche se il vento è poco e la tecnologia che adotta non è la migliore.
Nel frattempo, gli incentivi pesano sulle bollette dell’elettricità e così tutti pagano per impianti che funzionano male e fanno guadagnare soprattutto chi li ha costruiti.
Socializzare i costi, privatizzare il profitto. La regola d’oro del capitalismo italiano.
Certo esisteranno aziende che misurano il vento con attenzione e investono denaro nella ricerca per avere macchine efficienti, sicure, con un impatto limitato. Ma chi controlla che sia davvero così? Quando la Provincia di Bologna sostiene che la centrale del Monte dei Cucchi ha un interesse pubblico, sa davvero di cosa sta parlando? Qualche tecnico imparziale ha dato un’occhiata ai rilievi anemometrici di AGSM?
Oggi esistono molti progetti alternativi per mettere Eolo al lavoro: dagli aquiloni KiteGen alle miniturbine, dagli impianti che sfruttano le turbolenze alle pale “domestiche”. AGSM ritiene che ventiquattro generatori alti cento metri siano la soluzione più indicata per un crinale di montagna a mille metri di altitudine. Qualcuno ha verificato che sia davvero così?
L’unica energia veramente pulita si misura in negawatt, ed è quella che non si produce, grazie al risparmio e all’efficienza della rete. Estrarre elettricità da fonti rinnovabili è comunque un’ottima idea, a patto che il processo non consumi una risorsa che invece non si rinnova: il territorio. Date le caratteristiche geografiche e climatiche dell’Italia, per produrre con le grandi turbine eoliche l’equivalente di un milione di tonnellate di petrolio, servirebbero 34000 ettari di terreno, più dell’intera provincia di Trieste, contro i 4500 degli impianti fotovoltaici integrati, i 1800 del solare termico, i 750 dei residui dell’agricoltura. Oggi gli impianti eolici della Penisola producono il 16% di elettricità rispetto alle promesse (la potenza installata) e lavorano in media 1500 ore all’anno, cioè due mesi. Questo significa che le centrali realizzate fin qui - più che altro con grandi turbine - non sfruttano a dovere il vento e consumano il territorio.
Ma AGSM sostiene che quello delle sue torri “non è un vero e proprio impatto, perché non è sottrazione di habitat, di utilizzo o di usufruibilità; è modifica nella percezione di un paesaggio”.
Ancora una volta, più che lottare con i numeri, si finisce per lottare con le parole. Impatto ha la stessa etimologia di pattume. Entrambe le parole derivano dalla radice pat-, che sta per piede, e hanno a che fare con le impronte, materia pestata e infradiciata, buona per concimare e ingrassare la terra, quindi per estensione scarti organici e più in generale rifiuti. Difficile dire che l’impianto dell’AGSM non lascerebbe un’impronta sul Monte dei Cucchi, infarcendolo di scorie gigantesche. Quanto all’habitat, esso è l’insieme delle condizioni fisiche che circondano una specie. E qualunque sia la specie che si vuole considerare, dagli abeti ai rapaci ai fungai dell’Appennino, sbancare un bosco è sconvolgere l’habitat di diverse comunità.
Per affermare il contrario, bisognerebbe sconvolgere anche la lingua italiana.
Rispetto alla sottrazione di utilizzo, AGSM confonde le carte, mescola i territori. Gerolamo ricorda un viaggio in treno, da Parigi a Orléans. Decine di pale enormi, bianche, in mezzo alla pianura francese, ai campi di barbabietola e di grano, ai tralicci dell’alta tensione, ai silos per cereali. Un impatto di media entità (come l’impronta di un piede su un terreno già molto calpestato), il rumore delle pale, ma l’utilizzo umano del luogo resta più o meno invariato: le fondamenta delle torri eoliche occupano qualche ettaro di terreno, su una superficie vastissima e uniforme, e tutt’intorno ancora si coltiva. Una situazione impossibile da riprodurre su un crinale montuoso coperto di abeti, aceri e faggi, a più di mille metri d’altezza.
E la modifica nella percezione del paesaggio? Anche quello un gioco di parole, per far sembrare il danno soggettivo, meno grave di quel che è. Si modifica la percezione, non la sostanza delle cose. Ma il paesaggio - secondo la convenzione europea sottoscritta dall’Italia nel 2006 - “designa una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni” (Sottinteso: umane)
Dunque non c’è differenza tra paesaggio e percezione del paesaggio, anche se AGSM vorrebbe farcelo credere.
Tempo fa ho trovato su Repubblica.it un servizio fotografico tutto dedicato agli impianti eolici. Didascalie entusiaste per il diffondersi dei mulini a vento, simboli dell’energia alternativa, accompagnavano le immagini dall’alto, dal finestrino di un aereo. Le stesse torri, inquadrate da terra, non avrebbero prodotto soltanto un effetto differente, una diversa percezione. Se cambia il punto di vista, cambia pure il paesaggio. L'elevazione ci trasforma in voyeur, la strada in cittadini. Google Earth ci insegna che anche una discarica di lamiera può essere una meraviglia, se inquadrata da un satellite.
Per questo amiamo guardarci dall’alto, specchiarci come Narciso nelle acque della nostra indifferenza.
Ma qui non si tratta di decidere che cosa è bello e che cosa no. Le grandi pale bianche, di per sé, non sono brutte. Anzi, fanno pensare a don Chisciotte e hanno un che di metafisico. Se rovinano un paesaggio non è perché sono sgorbi in un quadretto idilliaco, ma perché annullano il senso dei luoghi. Esiste un paesaggio laddove sul territorio si riconoscono dei segni, quelli che un geografo chiamerebbe iconemi. Costruire un’opera senza tener conto di questi elementi rischia di cancellarli, di lasciare un vuoto. Una campagna coperta di capannoni nel giro di pochi anni non è soltanto più brutta: è un territorio senza paesaggio, una frase senza sintassi, un ambiente alieno da chi lo abita. Al contrario, un minareto che si alza in un quartiere padano abitato da musulmani, è un cambiamento del paesaggio che rende visibile un cambiamento sociale. La sua presenza è perfettamente giustificata, e chi la combatte non lo fa per difendere lo skyline di periferia da una costruzione stonata. Vietare certi simboli significa impedire agli uomini di rispecchiarsi nel loro ambiente.
Tenere conto degli iconemi vuole anche dire comprendere la loro gerarchia. Un minareto in periferia è diverso da un minareto sulla piazza principale, di fianco al municipio. Una cicatrice sulla faccia e una sulla schiena possono essere identiche, ma certo non sono la stessa per l’individuo che le porta. Dove sta Monte dei Cucchi? Vicino alla faccia o vicino alla schiena? AGSM ha presentato il suo progetto senza domandarlo a nessuno. Eppure, il Dossier regionale sull’Eolico del maggio 2007 afferma che:
"è fondamentale la partecipazione degli abitanti alle diverse possibili soluzioni, che dovranno essere in sintonia non solo alle considerazioni inerenti la percezione visiva, ma anche a quanto attiene ad altri valori (culturali, storici, ambientali, simbolici...)"
Se si fa fatica ad ascoltare gli abitanti umani di un territorio, che ne sarà di tutti gli altri? Chi rappresenterà il punto di vista del falco, del cinghiale, dell’abete? E i loro voti avranno lo stesso peso di quelli umani oppure la democrazia vale soltanto per noi? Quando qualcuno si preoccupa per la sicurezza delle pale eoliche, le ditte produttrici rispondono che gli incidenti sono molto limitati, ma si tratta di un falso ideologico, che trascura un olocausto di pipistrelli e una strage di rapaci. Perché la nostra è una civiltà controfattuale, basata su un periodo ipotetico dell’irrealtà, un what if distopico e aberrante che prima o poi finirà per travolgerci: fare come se gli altri non esistessero. Si dirà che non ha senso rivendicare i diritti del faggio e della volpe in un paese dove contano poco i diritti degli stranieri, degli omosessuali e dei senzatetto. Ma in realtà la questione è sempre la stessa: si tratta di capire se l’Altro è solo un rumore di fondo oppure una voce che ci preme ascoltare.
Il narcisismo culturale spinge l’Homo sapiens a custodire un antico palazzo molto più di un bosco o di un torrente. Se una ditta di Verona venisse a installare una pala eolica sulla Torre degli Asinelli, le faremmo ripassare il Po a calci nel culo e nessuno ci farebbe una diagnosi di sindrome NIMBY (Not in My BackYard: l’energia rinnovabile sì, ma non nel mio cortile). Invece, se gli abitanti di una valle si ribellano, perché qualcuno vuole modificare il profilo di una montagna, ecco che ci indigniamo contro questi nostalgici, nemici del progresso, primitivi e antimoderni, e ascoltiamo quel che hanno da dire solo in campagna elettorale, se si mettono a parlare di turismo, valore degli immobili e pericolo di frane.
Le frane dell’immaginario sembrano sempre le più innocue.
WU MING 2 - LA DITTA AGSM - aprile 2010
09/05/10
cristina trivellin/marco caccavo - Is There Love in The Technoetic Narcissus?
so that i ran in error opposite
To that which kindled love ‘twixt man and fountain(1)
The narcissus flower just gets its name from the Sanskrit root Nar-, which indicates a very intense perfume, whose fragrance can even induce drowsiness; and of sleep seems to be sick the contemporary man who, despite having all the heuristic tools to go beyond the reflection of the mirror, is satisfied with self referential contemplation. Narcissism is indeed synonymous with an immoderate cult of one’s own egos, exclusive of any existing reality outside the world that the subject creates for himself. The classical mythology collects archetypes and metaphors of inconveniences linked to man and to the research of his own existential reality. The neuroses that have characterized the history of mankind limiting its perceptions, are evident elements and interpretative codes to find some solution to this difficult path to recognition. The most evident neurosis of the twentieth century was undoubtedly the narcissism, which amplified a dissociative tendency from reality and from the need to hear and feel. Narcissus is slave of his own image and falls in love with it because he can not recognize the other-than-himself detached from his representation; the nymph Echo can only postpone the last syllables he pronounces, but the inability to utter the emotion produces deafness in return.
If Freud carefully studies the phenomenon, examining it from a decidedly individual, biological and biographical standpoint,we can notice a later tendency, by the psychoanalytic and cultural community, to assess the problem in relation to society, (as however Deleuze made about schizophrenia), transverse readings trying to capture reality in its interactive and relational dimension rather than in the individual’s closed bubble. Alexander Lowen, although starting from the father of psychoanalysis, describes narcissism as a both psychological and cultural condition, leading the reflection in relation with technology and future: in my opinion narcissists are perfectly adapted to the world in which they live, adhering to its values ,following its constantly changing models, feeling comfortable in its superficiality. Those having a sense of the past, seeking stability and security rather than change and having no faith in electronics , have real difficulties of adaptation. (2)
By shifting the focus from the purely psychological to the decidedly cultural phenomenon, that is then the subject of our dissertation, we note how narcissism, individualism, self-referentiality and anthropocentrism, are closely related and form the barrier that the posthuman- postnarcissus have to overcome in order to treat the wounds of an incorrect perception of his uniqueness and his own role in the world. The culture of narcissism, this incomplete heuristic, reveals a persistent inability to rip that veil of Maya beyond which we can discover continents placed over the Pillars of Hercules of one’s own limitations. We erase, with a shot of human intellect, too human, all that lies beyond the image that, once taken, does not complete anything in the centripetal knowledge excluding the worlds with which we however have to measure ourselves. The superiority attributed to man by different cultures and religions, has placed him in history as central individual, justifying his actions as the result of thought, divine gift that gives right to be measure of all things and master of them, without ever really penetrating in their deepest essence.
This separation could only bring neurosis and detachments from reality and from the anima mundi , sanctioning a conflict with the attempts to fragmentation and denial of complexity and of the many both micro and macrocosmic facets and interactions that characterize the evolution and the path of knowledge . Taking conscious distances from this dimension is not easy, since even the ruling intellectual class is still pervaded by regressive ,technophobe and conservative attitudes,.
This “ancient man" ,so important, so rich in potentials and extraordinarily self-referred, can only produce a culture reflecting this status to be preserved, thus exorcising the questioning, the crisis of the system.
Modern man finally has ecological tools and philosophies likely to break (without fearing years of bad luck ...), the mirror of dependence from logos , no more making narcissism become schizophrenia , as soliloquy of a ego little satisfied by the discovery of itself, but scented flower inserted in a biological and social ecosystem. The word should then be given to the artists’ self poiesis , to the post-humanist vocation to replace man as rich network of relationships, recovering and highlighting that communication that inevitably moves to other living realities - the vegetable, animal and micro-cellular world, in an "antropocentrifugal " attitude able to redefine or definitively open the concept of human and living.
This happens and will happen also and especially through technologies, free progress of sciences and the resulting possibilities to expand the knowledge of the world. The wind of new ,blowing as a changing force over our perceptual consciousness, still has not yet been fully recognized. The revolution of the network makes us creators of new shared codes and languages,affects the sense of self doing at a deep functional level. The world unification that is being realized by the web - writes Richard Dawkins (evolutionary biologist) - resembles the evolution of the nervous system of multicellular animals. A certain school of psychology could consider it as a reflection of the individuals’ personality development as merger of separate beginnings, distributed since early childhood.(3)
Narcissus stands as a lover towards the world he is looking for, and ,when he is reflected in its spring, is through love that he tries to establish relations. The mirror is not obstacle, but threshold in which to penetrate, deliberately becoming water, splitting and penetrating each molecule. The contemporary intellectual, mindful of his sapere aude, must assume the responsibility of the world, excluding from his horizon the violence of reducing in detail, in thing, what he doesn’t want to understand, being it plant, rock or bacterium. We therefore inscribe in the space of the old Vitruvian man all the things that a moment ago we considered noble or lowermost. In doing so, we will emerge from the anesthesia of self-referential image and culture by means of a truly democratic aesthetic. The stench smell of the reflected singularity will cover itself with the very singular fragrance of the other, in he new way of seeing ourselves and the world , that is not for us, but is us.
(1) - Dante, Divina Commedia, III Canto del Paradiso verso 17-18)
(2) - Alexandre Lowen, Il Narcisismo, l’identità negata, 1985 Feltrinelli pag. 169
(3) - Richard Dawkins, un unico individuo, L’Internazionale, 29 january 2010 pag, 36
****
cristina trivellin/marco caccavo - january 2010
To that which kindled love ‘twixt man and fountain(1)
The narcissus flower just gets its name from the Sanskrit root Nar-, which indicates a very intense perfume, whose fragrance can even induce drowsiness; and of sleep seems to be sick the contemporary man who, despite having all the heuristic tools to go beyond the reflection of the mirror, is satisfied with self referential contemplation. Narcissism is indeed synonymous with an immoderate cult of one’s own egos, exclusive of any existing reality outside the world that the subject creates for himself. The classical mythology collects archetypes and metaphors of inconveniences linked to man and to the research of his own existential reality. The neuroses that have characterized the history of mankind limiting its perceptions, are evident elements and interpretative codes to find some solution to this difficult path to recognition. The most evident neurosis of the twentieth century was undoubtedly the narcissism, which amplified a dissociative tendency from reality and from the need to hear and feel. Narcissus is slave of his own image and falls in love with it because he can not recognize the other-than-himself detached from his representation; the nymph Echo can only postpone the last syllables he pronounces, but the inability to utter the emotion produces deafness in return.
If Freud carefully studies the phenomenon, examining it from a decidedly individual, biological and biographical standpoint,we can notice a later tendency, by the psychoanalytic and cultural community, to assess the problem in relation to society, (as however Deleuze made about schizophrenia), transverse readings trying to capture reality in its interactive and relational dimension rather than in the individual’s closed bubble. Alexander Lowen, although starting from the father of psychoanalysis, describes narcissism as a both psychological and cultural condition, leading the reflection in relation with technology and future: in my opinion narcissists are perfectly adapted to the world in which they live, adhering to its values ,following its constantly changing models, feeling comfortable in its superficiality. Those having a sense of the past, seeking stability and security rather than change and having no faith in electronics , have real difficulties of adaptation. (2)
By shifting the focus from the purely psychological to the decidedly cultural phenomenon, that is then the subject of our dissertation, we note how narcissism, individualism, self-referentiality and anthropocentrism, are closely related and form the barrier that the posthuman- postnarcissus have to overcome in order to treat the wounds of an incorrect perception of his uniqueness and his own role in the world. The culture of narcissism, this incomplete heuristic, reveals a persistent inability to rip that veil of Maya beyond which we can discover continents placed over the Pillars of Hercules of one’s own limitations. We erase, with a shot of human intellect, too human, all that lies beyond the image that, once taken, does not complete anything in the centripetal knowledge excluding the worlds with which we however have to measure ourselves. The superiority attributed to man by different cultures and religions, has placed him in history as central individual, justifying his actions as the result of thought, divine gift that gives right to be measure of all things and master of them, without ever really penetrating in their deepest essence.
This separation could only bring neurosis and detachments from reality and from the anima mundi , sanctioning a conflict with the attempts to fragmentation and denial of complexity and of the many both micro and macrocosmic facets and interactions that characterize the evolution and the path of knowledge . Taking conscious distances from this dimension is not easy, since even the ruling intellectual class is still pervaded by regressive ,technophobe and conservative attitudes,.
This “ancient man" ,so important, so rich in potentials and extraordinarily self-referred, can only produce a culture reflecting this status to be preserved, thus exorcising the questioning, the crisis of the system.
Modern man finally has ecological tools and philosophies likely to break (without fearing years of bad luck ...), the mirror of dependence from logos , no more making narcissism become schizophrenia , as soliloquy of a ego little satisfied by the discovery of itself, but scented flower inserted in a biological and social ecosystem. The word should then be given to the artists’ self poiesis , to the post-humanist vocation to replace man as rich network of relationships, recovering and highlighting that communication that inevitably moves to other living realities - the vegetable, animal and micro-cellular world, in an "antropocentrifugal " attitude able to redefine or definitively open the concept of human and living.
This happens and will happen also and especially through technologies, free progress of sciences and the resulting possibilities to expand the knowledge of the world. The wind of new ,blowing as a changing force over our perceptual consciousness, still has not yet been fully recognized. The revolution of the network makes us creators of new shared codes and languages,affects the sense of self doing at a deep functional level. The world unification that is being realized by the web - writes Richard Dawkins (evolutionary biologist) - resembles the evolution of the nervous system of multicellular animals. A certain school of psychology could consider it as a reflection of the individuals’ personality development as merger of separate beginnings, distributed since early childhood.(3)
Narcissus stands as a lover towards the world he is looking for, and ,when he is reflected in its spring, is through love that he tries to establish relations. The mirror is not obstacle, but threshold in which to penetrate, deliberately becoming water, splitting and penetrating each molecule. The contemporary intellectual, mindful of his sapere aude, must assume the responsibility of the world, excluding from his horizon the violence of reducing in detail, in thing, what he doesn’t want to understand, being it plant, rock or bacterium. We therefore inscribe in the space of the old Vitruvian man all the things that a moment ago we considered noble or lowermost. In doing so, we will emerge from the anesthesia of self-referential image and culture by means of a truly democratic aesthetic. The stench smell of the reflected singularity will cover itself with the very singular fragrance of the other, in he new way of seeing ourselves and the world , that is not for us, but is us.
(1) - Dante, Divina Commedia, III Canto del Paradiso verso 17-18)
(2) - Alexandre Lowen, Il Narcisismo, l’identità negata, 1985 Feltrinelli pag. 169
(3) - Richard Dawkins, un unico individuo, L’Internazionale, 29 january 2010 pag, 36
****
cristina trivellin/marco caccavo - january 2010
NICOLA VERLATO - NARCISO
Il Narciso di Freud inevitabilemente, nelle sue parole, assume una connotazione negativa: la peggiore di tutte le nevrosi, quella per la quale non potendosi aprire verso l'altro ci impedisce di amare l'altro da noi. Cosa ci comunica invece il Narciso di Caravaggio, una diversa interpretazione del mito realizzata attraverso un media ovviamente completamente diverso dalla scrittura psicoanalitica di Freud, il quadro?
E' evidente che qui non troviamo aut aut di sorta, ma il mito stesso, che non e ne' buono ne' cattivo, ma che invece, prima di tutto, ci attanaglia a se per la sua “bellezza” ipnotica. Una bellezza, che, se fosse una bellezza fine a se stessa ci stancherebbe dopo pochi minuti di osservazione, ma che invece in questo quadro scava in profondita', produce un circolo di senso dal quale e' difficile uscirne illesi. Alcuni aspetti di quest'opera mi sembra possano essere rilevanti in questa discussione.
Narciso si specchia in quella che dovrebbe essere una pozza d'acqua,la quale pero', oltre a riflettere, non ha nessuna caratteristica per essere definita tale, la sua superfice non deforma l'immagine della figura che vi si specchia, non sono presenti increspature di sorta che altri pittori avrebbero usato per simulare il liquido. Quello che risulta e' uno sdoppiamento di Narciso: I due Narcisi sono identici, uno e' solamente piu' scuro dell'altro. Se poi pensiamo anche al particolare metodo di lavoro di Caravaggio, il quale sembra che facesse uso di specchi affumicati per trasportare la realta' nel campo delle rappresentazioni pittoriche, potremo concludere che la figura che si specchia nel dipinto possa essere a sua volta il frutto dello specchiarsi di un'altra figura ( il modello reale) nel piano del quadro.
Il ragazzo-narciso, a quadro finito, si sara' visto specchiato nel dipinto nell'atto di specchiarsi in una immagine identica a se' stesso secondo una modalita' che si ripete in modo translato quando anche noi osserviamo il dipinto: ci specchiamo cioe' in una figura in cui ci indentifichiamo nello spazio delle rappresentazioni producendo cosi' un triplicamento dell'ente. Di Fronte a questo quadro ci troviamo di fronte ad almeno tre livelli di rappresentazione paralleli e quasi interscambiabili fra loro. Come si vede il pensiero di una immagine e' molto piu' ambiguo di un testo scritto e ci puo' portare a conclusioni del tutto dissimili intorno allo stesso soggetto: ancora una volta il media impiegato non e' neutrale nel veicolare il messaggio.
Vorrei sottolineare ancora il fatto che il riflesso di Narciso nel quadro di Caravaggio non ' e' deformato dalla superficie dell'acqua, ma ci appare come identico alla figura a tal punto da risultare uno sdoppiamento, e forse, per meglio dire, una sua rappresentazione invece che un riflesso cangiante sulla superficie mobile di uno stagno. Narciso, quando scopre il proprio riflesso, forse non si innamora della propria immagine, ma scopre l'infinita ricchezza possibile di un mondo parallelo, quello delle rapresentazioni e dell'esistenza, in quel mondo di un suo doppio che non riesce ad afferrare compiutamente, ed e' per questo motivo, forse, che Nraciso affoga alla conclusione della narrazione. Fissare quell'immagine sembrerebbe quindi il prossimo passo da compiere per evitare di affogare ancora una volta nelle acque incerte dei riflessi cangianti.
Disegno, pittura, e scultura,sono stati per lungo tempo I mezzi piu' adatti a cui ora si e' affiancatoil 3D digitale (non e' il caso della fotografia invece che riduce la profondita' possibile delle immagini alla loro superficie) . Secondo queste modalita' l'immagine e' si la rappresentazione dell'ente , ma gode anche di una propria indipendenza e soprattutto sprigiona un potere autonomo che sposta il centro dall'uomo verso l'esterno: rende possibile le prime forme di relativizzazione dell'umano nel divino ( idoli, icone etc), che e' si una proiezione dell'umano in un piano parallelo,ma anche la costituzione di un ente autonomo a cui attribuire diverse e indipendenti facolta' rispetto a chi lo ha prodotto.
Quando le immagini si raffineranno a tal punto da poter ospitare nel loro spazio, a questo punto prospettico, il loro proprio pensiero nella forma del linguaggio scritto il gioco e' fatto ed entriamo in una fase nuova: il logos, pensa l'ente stesso come la sua propria rappresentazione, e cosi' il quadro di caravaggio viene rovesciato:
A questo modo tutti gli enti possono essere utilizzati secondo una volonta che spoglia di significato tutto l'esistente, una volonta' che, per essere legittima, viene spostata in uno spazio esterno all'uomo stesso, e che risiede nel libro e nella razionalita' logica, e non piu' nelle complesse e contraddittorie spire dei processi neurologici dove non esiste vero e falso ma tutto si tiene come nello spazio del mito.
L'immagine simbolo, invece, di una attitudine di tipo Antropocentrico credo possa essereconsiderata il famoso disegno di Leonardo creato ad illustrazione del testo di Vitruvio sulle proporzioni del corpo umano nel suo trattato di architettura : un uomo ( almeno doppio anche in questo caso) in piedi, circoscritto da un cerchio e un quadrato “ l'uomo come misura di tutte le cose”. E se anche in questo caso l'immagine ci volesse dire anche qualche cosa d'altro oltre al suo significato piu' consueto? Che l'uomo non fosse che in grado diconoscere altro se non se stesso imprigionato dalle forme che il suo cervello emana, cerchio e quadrato in questo caso, e che inesorabilmente lo limitano nel suo conoscere?
Il linguaggio scritto,nelle mani di Platone, ci riduce alle ombre di se stesso, come tutto l'esistente d'altronde, e si manifesta nella sua forma piu' potente nella sua forma piu' astratta, la matematica , alla base di tutte le scienze. La rivoluzione scientifica di Galielo arriva a conclusione del grande ciclo creativo iniziato da Brunelleschi a Firenze con l'invenzione della prospettiva e si affianca all'invezione del cannocchiale.
Il cannocchiale sostituisce l'occhio umano,l'occhio dell'animale uomo, con quello di un occhio esterno che riesce a relativizzare, e quindi a potenziare enormemente, la sua visione attraverso strumenti che ci permettono di osservare a distanza le cose in modo da poterci illudere anche di amarle perche' non piu' pericolose.
Ed ancora una volta, relativizzando lo sguardo dal un punto di vista esterno a quello fisiologico, correggendolo e generalizzandolo, scorgiamo nell'esistente, fra gli altri enti un animale che ci assomiglia, l'uomo, che possiamo studiare nelle sue caratteristiche.
E se forse invece che intentare un processo di tipo antiantropocentrico, visto che forse dal centro dell' antropos ormai e' molto tempo che ci siamo allontanati, dovessimo riavvicinarsi a quella figura in lontananza per ricomprendere che non possiamo essere altro che quello che siamo e che sia stato proprio il tentare di uscire da noi stessi, il processo de-antropocentrizzazione che abbiamo messo in atto da millenni, che ci abbia posto in una posizione di illusorio privilegio di distanza dai fenomeni che, permettendoci di controllarli secondo I nostri voleri, con tutto quello che ne consegue, ci illuda anche di ipotizzare anche un possibile amore, apparentemente disinteressato, verso l'altro da se?
Non si tratta ovviamente di illudersi di un ricongiungimento con un mondo innocente pre alfabetizzato che dovrebbe riportarci ad un riavvicinamento dei vari piani di conoscenza e di esperienza verso un centro originario, ma invece la riconsiderazione dei limiti e delle caratteristiche non neutrali della conoscenza umana attraverso lo studio dei processi neurologici, potrebbe farci discendere verso un piano di esperianza in grado di, diciamo, “reantropocentizzare” I nostri comportamenti ed a riporci nel mondo come animali fra gli altri animali con le nostre caratteristiche e limiti.
Il mio gattino ( come tutti I cani ed I gatti) quando si e' visto per la prima volta riflesso in uno specchio si e' comportato come se avesse visto un altro gatto, ha giocato con la propria immagine per un po e poi, probabilmente per lassenza di troppi dati in quell'immagine ( odori, suoni etc) si e' rivolto ad altro.
Il mio gatto sicuramente non attribuisce nessun valore al mito di Narciso, ma non per questo e' antigattocentrico, e' un gatto, come potrebbe?
Nicola Verlato - New York, 2010
E' evidente che qui non troviamo aut aut di sorta, ma il mito stesso, che non e ne' buono ne' cattivo, ma che invece, prima di tutto, ci attanaglia a se per la sua “bellezza” ipnotica. Una bellezza, che, se fosse una bellezza fine a se stessa ci stancherebbe dopo pochi minuti di osservazione, ma che invece in questo quadro scava in profondita', produce un circolo di senso dal quale e' difficile uscirne illesi. Alcuni aspetti di quest'opera mi sembra possano essere rilevanti in questa discussione.
Narciso si specchia in quella che dovrebbe essere una pozza d'acqua,la quale pero', oltre a riflettere, non ha nessuna caratteristica per essere definita tale, la sua superfice non deforma l'immagine della figura che vi si specchia, non sono presenti increspature di sorta che altri pittori avrebbero usato per simulare il liquido. Quello che risulta e' uno sdoppiamento di Narciso: I due Narcisi sono identici, uno e' solamente piu' scuro dell'altro. Se poi pensiamo anche al particolare metodo di lavoro di Caravaggio, il quale sembra che facesse uso di specchi affumicati per trasportare la realta' nel campo delle rappresentazioni pittoriche, potremo concludere che la figura che si specchia nel dipinto possa essere a sua volta il frutto dello specchiarsi di un'altra figura ( il modello reale) nel piano del quadro.
Il ragazzo-narciso, a quadro finito, si sara' visto specchiato nel dipinto nell'atto di specchiarsi in una immagine identica a se' stesso secondo una modalita' che si ripete in modo translato quando anche noi osserviamo il dipinto: ci specchiamo cioe' in una figura in cui ci indentifichiamo nello spazio delle rappresentazioni producendo cosi' un triplicamento dell'ente. Di Fronte a questo quadro ci troviamo di fronte ad almeno tre livelli di rappresentazione paralleli e quasi interscambiabili fra loro. Come si vede il pensiero di una immagine e' molto piu' ambiguo di un testo scritto e ci puo' portare a conclusioni del tutto dissimili intorno allo stesso soggetto: ancora una volta il media impiegato non e' neutrale nel veicolare il messaggio.
Vorrei sottolineare ancora il fatto che il riflesso di Narciso nel quadro di Caravaggio non ' e' deformato dalla superficie dell'acqua, ma ci appare come identico alla figura a tal punto da risultare uno sdoppiamento, e forse, per meglio dire, una sua rappresentazione invece che un riflesso cangiante sulla superficie mobile di uno stagno. Narciso, quando scopre il proprio riflesso, forse non si innamora della propria immagine, ma scopre l'infinita ricchezza possibile di un mondo parallelo, quello delle rapresentazioni e dell'esistenza, in quel mondo di un suo doppio che non riesce ad afferrare compiutamente, ed e' per questo motivo, forse, che Nraciso affoga alla conclusione della narrazione. Fissare quell'immagine sembrerebbe quindi il prossimo passo da compiere per evitare di affogare ancora una volta nelle acque incerte dei riflessi cangianti.
Disegno, pittura, e scultura,sono stati per lungo tempo I mezzi piu' adatti a cui ora si e' affiancatoil 3D digitale (non e' il caso della fotografia invece che riduce la profondita' possibile delle immagini alla loro superficie) . Secondo queste modalita' l'immagine e' si la rappresentazione dell'ente , ma gode anche di una propria indipendenza e soprattutto sprigiona un potere autonomo che sposta il centro dall'uomo verso l'esterno: rende possibile le prime forme di relativizzazione dell'umano nel divino ( idoli, icone etc), che e' si una proiezione dell'umano in un piano parallelo,ma anche la costituzione di un ente autonomo a cui attribuire diverse e indipendenti facolta' rispetto a chi lo ha prodotto.
Quando le immagini si raffineranno a tal punto da poter ospitare nel loro spazio, a questo punto prospettico, il loro proprio pensiero nella forma del linguaggio scritto il gioco e' fatto ed entriamo in una fase nuova: il logos, pensa l'ente stesso come la sua propria rappresentazione, e cosi' il quadro di caravaggio viene rovesciato:
A questo modo tutti gli enti possono essere utilizzati secondo una volonta che spoglia di significato tutto l'esistente, una volonta' che, per essere legittima, viene spostata in uno spazio esterno all'uomo stesso, e che risiede nel libro e nella razionalita' logica, e non piu' nelle complesse e contraddittorie spire dei processi neurologici dove non esiste vero e falso ma tutto si tiene come nello spazio del mito.
L'immagine simbolo, invece, di una attitudine di tipo Antropocentrico credo possa essereconsiderata il famoso disegno di Leonardo creato ad illustrazione del testo di Vitruvio sulle proporzioni del corpo umano nel suo trattato di architettura : un uomo ( almeno doppio anche in questo caso) in piedi, circoscritto da un cerchio e un quadrato “ l'uomo come misura di tutte le cose”. E se anche in questo caso l'immagine ci volesse dire anche qualche cosa d'altro oltre al suo significato piu' consueto? Che l'uomo non fosse che in grado diconoscere altro se non se stesso imprigionato dalle forme che il suo cervello emana, cerchio e quadrato in questo caso, e che inesorabilmente lo limitano nel suo conoscere?
Il linguaggio scritto,nelle mani di Platone, ci riduce alle ombre di se stesso, come tutto l'esistente d'altronde, e si manifesta nella sua forma piu' potente nella sua forma piu' astratta, la matematica , alla base di tutte le scienze. La rivoluzione scientifica di Galielo arriva a conclusione del grande ciclo creativo iniziato da Brunelleschi a Firenze con l'invenzione della prospettiva e si affianca all'invezione del cannocchiale.
Il cannocchiale sostituisce l'occhio umano,l'occhio dell'animale uomo, con quello di un occhio esterno che riesce a relativizzare, e quindi a potenziare enormemente, la sua visione attraverso strumenti che ci permettono di osservare a distanza le cose in modo da poterci illudere anche di amarle perche' non piu' pericolose.
Ed ancora una volta, relativizzando lo sguardo dal un punto di vista esterno a quello fisiologico, correggendolo e generalizzandolo, scorgiamo nell'esistente, fra gli altri enti un animale che ci assomiglia, l'uomo, che possiamo studiare nelle sue caratteristiche.
E se forse invece che intentare un processo di tipo antiantropocentrico, visto che forse dal centro dell' antropos ormai e' molto tempo che ci siamo allontanati, dovessimo riavvicinarsi a quella figura in lontananza per ricomprendere che non possiamo essere altro che quello che siamo e che sia stato proprio il tentare di uscire da noi stessi, il processo de-antropocentrizzazione che abbiamo messo in atto da millenni, che ci abbia posto in una posizione di illusorio privilegio di distanza dai fenomeni che, permettendoci di controllarli secondo I nostri voleri, con tutto quello che ne consegue, ci illuda anche di ipotizzare anche un possibile amore, apparentemente disinteressato, verso l'altro da se?
Non si tratta ovviamente di illudersi di un ricongiungimento con un mondo innocente pre alfabetizzato che dovrebbe riportarci ad un riavvicinamento dei vari piani di conoscenza e di esperienza verso un centro originario, ma invece la riconsiderazione dei limiti e delle caratteristiche non neutrali della conoscenza umana attraverso lo studio dei processi neurologici, potrebbe farci discendere verso un piano di esperianza in grado di, diciamo, “reantropocentizzare” I nostri comportamenti ed a riporci nel mondo come animali fra gli altri animali con le nostre caratteristiche e limiti.
Il mio gattino ( come tutti I cani ed I gatti) quando si e' visto per la prima volta riflesso in uno specchio si e' comportato come se avesse visto un altro gatto, ha giocato con la propria immagine per un po e poi, probabilmente per lassenza di troppi dati in quell'immagine ( odori, suoni etc) si e' rivolto ad altro.
Il mio gatto sicuramente non attribuisce nessun valore al mito di Narciso, ma non per questo e' antigattocentrico, e' un gatto, come potrebbe?
Nicola Verlato - New York, 2010
FRANCO TORRIANI - QUALCHE PRIMA RIFLESSIONE
Nel suo libro, L'Homme-Plante, de La Mettrie sosteneva che uomini e piante sono eguali, o almeno lo sono nelle loro parti principali. Era il 1748. Non siamo ancora a quei biomedia che, come dice Jens Hauser, "confondono i confini del mondo animale cancellando le frontiere fra mondo animale e vegetale..." ( Le Parcours SK-Interfaces), ma il balzo vertiginoso fra due epoche testimonia la spinta odierna a cercare l'alterità nelle piante e non solo negli animali. Il gioco vale anche come metafora e rispecchia le attitudini dell'uomo, per Hauser, "inventore naturale dell'artificiale", e questo non contrasta con una critica potente all'antropocentrismo.
Narciso e Narciso, il mito e il fiore, animano il riferimento - speculare?- che l'opera 'C'è amore nel Narciso Tecnoetico?' usa stimolando una "ridefinizione dell'antropocentrismo", invitando a un amore verso l'alterità impedito - egli scrive - da "un potente narcisimo culturale". Lo sfondo della ricerca, basato sulle varie declinazioni dei rapporti fra Scienze della Vita e arti, implica - fra le altre- questioni di identità e di redifinizione del corpo. Seguendo Paul Ricoeur si può parlare di un "percorso dell'identità" legato all'azione del riconoscere, di identificare "qualche cosa". Si indica la rottura della concezione del mondo come rappresentazione e l'autore cita Lévinas, le sue "rovine della rappresentazione" ( in Paul Ricoeur, Parcours de la reconnaissance). Un percorso che è anche una ricerca di identità, " il percorso dell'identità nei suoi scarti".
Tensione di tempi- impressionante!-esistente fra il tempo della evoluzione del vivente, dunque degli umani come specie che si misura in milioni di anni, e quello, misurato in pochi millenni, della 'umanizzazione'. Su quest'ultima, intesa come evoluzione sociale e culturale, ci si confronta oggi anche a proposito di leggi bioetiche ( Mireille Delmas-Marty).
Narciso cerca di baciare la sua immagine rivelandosi, per Pierre Legendre, "come l'uomo attorcigliato nel suo desiderio" ( in L'inestimable Objet de la transmission ). Ricoeur lo riprende analizzando la "cattura narcisistica"...
Fra le riflessioni possibili ne spicca una fondante, quella sull'ibrido, o sui processi di ibridazione, esasperabile fino al confronto fra esseri le cui cellule hanno lo stesso patrimonio genetico e quelli che l'hanno diverso (chimere). Nuovi viventi 'estremi' e, come se non erro li chiama Eduardo Kac, anche ibridi vegetali animali ( "Plantimal").
Si dilata, dunque, lo stesso concetto di interfaccia, in sintesi, non ci si limita ai "relais di informazioni fra entità analoghe e digitali...", ma si tengono in conto "...parametri che risultano da una 'programmazione' chimica o biologica e non necessariamente elettronica" (Hauser). Non solo più, si fa per dire, va tenuto in conto il nuovo modello d'uomo 'neuronale' come l'ha chiamato Jean-Pierre Changeaux. Ibridazione e intersensorialità portano a una "ripresa del corpo" e, per Bernard Andrieu, siamo in un periodo fecondo per la redifinizione del corpo stesso. Contesto credo propizio a quell' "intersoggettività nella significazione" che persegue il Narciso Tecnoetico di Monico.
Percezione e comprensione ( noesis) implicano un percorso di riconoscimento della bio-fattualità del vivente e delle sue ibridazioni. Qui, in sostanza, ho introdotto e mi auguro non troppo forzatamente, la combinazione dinamica e dai mutamenti incessanti di vita, bios, e artefatti secondo Nicole Karafyllis (Biofatti). Non è ortodosso il paesaggio in cui il biofatto Narciso induce a nuove scritture, a una diversa ecologia, ma sorge una questione che sollevò Hauser: "l'approccio 'cognitivista' è adeguato all'ambiente economico e politico delle arti nell'età delle tecnoscienze? (...) Le emozioni sono obsolete, o devono essere generate dal piacere cognitivo medesimo?"
franco torriani, febbraio 2010
Narciso e Narciso, il mito e il fiore, animano il riferimento - speculare?- che l'opera 'C'è amore nel Narciso Tecnoetico?' usa stimolando una "ridefinizione dell'antropocentrismo", invitando a un amore verso l'alterità impedito - egli scrive - da "un potente narcisimo culturale". Lo sfondo della ricerca, basato sulle varie declinazioni dei rapporti fra Scienze della Vita e arti, implica - fra le altre- questioni di identità e di redifinizione del corpo. Seguendo Paul Ricoeur si può parlare di un "percorso dell'identità" legato all'azione del riconoscere, di identificare "qualche cosa". Si indica la rottura della concezione del mondo come rappresentazione e l'autore cita Lévinas, le sue "rovine della rappresentazione" ( in Paul Ricoeur, Parcours de la reconnaissance). Un percorso che è anche una ricerca di identità, " il percorso dell'identità nei suoi scarti".
Tensione di tempi- impressionante!-esistente fra il tempo della evoluzione del vivente, dunque degli umani come specie che si misura in milioni di anni, e quello, misurato in pochi millenni, della 'umanizzazione'. Su quest'ultima, intesa come evoluzione sociale e culturale, ci si confronta oggi anche a proposito di leggi bioetiche ( Mireille Delmas-Marty).
Narciso cerca di baciare la sua immagine rivelandosi, per Pierre Legendre, "come l'uomo attorcigliato nel suo desiderio" ( in L'inestimable Objet de la transmission ). Ricoeur lo riprende analizzando la "cattura narcisistica"...
Fra le riflessioni possibili ne spicca una fondante, quella sull'ibrido, o sui processi di ibridazione, esasperabile fino al confronto fra esseri le cui cellule hanno lo stesso patrimonio genetico e quelli che l'hanno diverso (chimere). Nuovi viventi 'estremi' e, come se non erro li chiama Eduardo Kac, anche ibridi vegetali animali ( "Plantimal").
Si dilata, dunque, lo stesso concetto di interfaccia, in sintesi, non ci si limita ai "relais di informazioni fra entità analoghe e digitali...", ma si tengono in conto "...parametri che risultano da una 'programmazione' chimica o biologica e non necessariamente elettronica" (Hauser). Non solo più, si fa per dire, va tenuto in conto il nuovo modello d'uomo 'neuronale' come l'ha chiamato Jean-Pierre Changeaux. Ibridazione e intersensorialità portano a una "ripresa del corpo" e, per Bernard Andrieu, siamo in un periodo fecondo per la redifinizione del corpo stesso. Contesto credo propizio a quell' "intersoggettività nella significazione" che persegue il Narciso Tecnoetico di Monico.
Percezione e comprensione ( noesis) implicano un percorso di riconoscimento della bio-fattualità del vivente e delle sue ibridazioni. Qui, in sostanza, ho introdotto e mi auguro non troppo forzatamente, la combinazione dinamica e dai mutamenti incessanti di vita, bios, e artefatti secondo Nicole Karafyllis (Biofatti). Non è ortodosso il paesaggio in cui il biofatto Narciso induce a nuove scritture, a una diversa ecologia, ma sorge una questione che sollevò Hauser: "l'approccio 'cognitivista' è adeguato all'ambiente economico e politico delle arti nell'età delle tecnoscienze? (...) Le emozioni sono obsolete, o devono essere generate dal piacere cognitivo medesimo?"
franco torriani, febbraio 2010
Iscriviti a:
Post (Atom)